Home » L’ultimo inverno di Rasputin di Dmitrij Miropol’skij

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Recensione

E’ sicuramente lo storico più impegnativo che ho letto finora, sia da un punto di vista contenutistico che per numero di pagine, alcuanto elevato. Strutturato come un romanzo, in realtà si pone a metà strada tra un romanzo e un saggio storico. Tante, tantissime sono le informazioni in esso contenute; i fatti narrati coinvolgono tutta l’Europa di inizio ‘900, non solo la Russia e la sua Rivoluzione d’ottobre. Si parte da prima dello scoppio della Grande guerra e si arriva alla caduta dei Romanov e all’inizio dell’istituzione del governo bolscevita. Un ampio capitolo, un enorme respiro sulla storia nostra più recente. Ho trovato inutili e superficiali molte pagine e capitoli, soprattutto quelle dedicate alle poesie e agli scritti del poeta russo Majakovsij che, per quanto abbia ricoperto un ruolo importante durante la rivoluzione e abbia sicuramente avuto un impatto importante sulla cultura della Russia post monarchica, non credo che, per come sono state inserite le sue poesie, siano esse un materiale essenziale alla finalità del libro di raccontare cosa è accaduto. Il pre-rivoluzione di Majakovskij non l’ho trovato così interessante da dovergli dedicare pagine e pagine. Al di là di questo, comunque, che è solo un esempio, troppi sono i capitoli “di troppo”, che danno poco o nulla al libro (tipo i capitoli dedicati ai vizi del principe russo). Demonizzato, pericoloso ed evanescente era Rasputin. Su di lui sì, avrei voluto leggere di più. Così come i Romanov, Rasputin rappresentava il simbolo di una Russia decadente, una terra in fase di un combiamento che non accettava la perdita del potere indiscusso conferito per volontà divina. Interessante libro, tutto sommato, se si accentua il “di più”. Se volete leggerlo, però, mi raccomando, prendetevi il tempo giusto per immagazzinare le tante informazioni.

 

 

 

Trama

Nel gelido inverno russo del 1916, l’inconcludente ricerca di un uomo scomparso ha una macabra svolta quando le acque ghiacciate di un fiume ne restituiscono il cadavere deturpato. La polizia non ha dubbi: si tratta di Grigorij Rasputin. La condanna a morte del contadino, colpevole di una deleteria influenza politica e morale sullo zar e la moglie, era già stata idealmente decretata nelle piazze e nei salotti di Pietroburgo, ma la mano del boia che ha eseguito la sentenza è ignota.
Inizia così, con il ritrovamento del corpo assassinato di Rasputin, un avvincente viaggio nel passato di questo enigmatico personaggio, che come un filo lega le persone, i luoghi e gli eventi che hanno cambiato per sempre le sorti della storia europea a partire dallo scoppio del primo conflitto mondiale. A essere in fermento non è solo il mondo militare, anche quello della cultura viene travolto dalla corrente futurista, in cui emerge l’estro poetico di un giovane Majakovskij, che con lo scorrere della narrazione mostra un’inarrestabile quanto compromettente passione per le donne. E mentre in ogni angolo d’Europa spie insospettabili e nobili esaltati congiurano nell’ombra, una delle dinastie più affascinanti e sfortunate, quella dei Romanov, mostra il proprio lato più intimo e umano, prima di cadere vittima dello spietato massacro che metterà fine al regno degli zar.
In quest’opera in bilico tra ricostruzione storica e spy story, Miropol’skij dipana in maniera magistrale l’intricato viluppo dei complotti orditi e subiti da personaggi intenti a tramare fra luride bettole ed eleganti palazzi e, attraverso uno stile chiaro e coinvolgente, ci trascina in una delle cospirazioni più controverse e inquietanti di tutti i tempi, quella che decretò l’uccisione del “diavolo santo”, Grigorij Rasputin.

 

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