Home » Lettera al mio giudice di Georges Simenon

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Recensione

Quando l’amore diventa tormento? Quando l’ossessione per una persona, quella che si ama, diventa più urgente, pressante della ragione? Fino a che punto, per gelosia, l’uomo può spingersi? E’ tutto lecito? E’ ogni gesto, anche il più terribile, giustificato in nome di un amore esasperato, malato? Il romanzo di Simenon, tremendamente attuale, purtroppo, se letto con la chiave del femminicidio, esplora i recessi più oscuri dell’amore annientato. La psiche distrutta di un uomo fondamentalmente debole che è incapace di gestire i sentimenti. E la penna di Simenon è magistrale in questo compito. Ogni singola pagina trasuda disperazione e follia. Charles è un uomo che non ha mai veramente amato neppure la propria madre (affetto e amore non sono sinonimi) e quando finalmente si trova davanti a questo sentimento così intenso e trascinante ne viene completamente travolto, lasciandolo disorientato, incapace di viverlo, gustarlo. E’ forse questo il libro di Simenon che più mi ha colpito.

 

 

 

Trama

«Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei». Così si rivolge il narratore, all’inizio di questo romanzo, al suo giudice – e insieme a ogni lettore. La storia che segue è una storia di amore e di morte, carica d’intensità, esaltazione e angoscia. È la storia di un uomo che si sente trascinato a uccidere una donna perché la ama troppo. Lo sfondo: stazioni gocciolanti di pioggia, bar, piccoli alberghi della provincia. Agente provocatore: il caso, che fa apparire una ragazza minuta, pallida, arrampicata su alti tacchi, nella vita di un medico, uomo «senza ombra», la cui esistenza, così normale, si avvicina sempre più al confine con l’inesistenza. E quella donna è l’ombra stessa, qualcosa di oscuro e lancinante al di là di ogni ragione, che conduce tranquillamente alla morte. Queste le ultime parole della confessione: «Siamo arrivati fin dove abbiamo potuto. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Abbiamo voluto l’amore nella sua totalità. Addio, signor giudice».

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