Home » La preda di Irene Nemirovsky

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Recensione

Ogni volta che leggo un libro della Nemirovsky non posso esimermi dal dichiarare quanto io ami questa autrice e la sua scrittura limpida, lineare, cristallina, senza fronzoli, eppur così vera e realista, senza sottintesi. Non c’è libro di lei che io abbia letto e non apprezzato. Con lei mi ritrovo, sempre, in una dimensione unica, dove i sentimenti e gli schiaffi della vita fanno da padroni; è una dimensione reale e concreta, densa di amarezza, ma anche di voglia di vita e di valorizzazione di sé. Il denaro, la rincorsa all’agio a tutti i costi è uno dei mali peggiori dell’uomo, ciò che lo conduce alla rovina e in questo libro lo sono più che mai e nessuno meglio di Irene sa raccontarlo

 

 

 

Trama

«Un Julien Sorel all’epoca della crisi»: così venne presentato, alla sua comparsa nelle librerie francesi, il protagonista di questo romanzo. Come l’eroe di Stendhal, Jean-Luc Daguerne non ha che un desiderio: «afferrare il mondo a piene mani», diventare uno di quelli che gestiscono il potere e gli affari. Per riuscirci accetterà di essere umiliato, di mentire, di adulare, di fare il doppio gioco, e persino di tradire il suo unico vero amico. Fino al giorno in cui ritroverà dentro di sé, con stupore e sgomento, «quel desiderio di tenerezza, quel disperato bisogno di amore» che per anni ha dovuto negare e soffocare. Allora cercherà, con una sorta di furioso accanimento, di farsi amare dalla sola donna tra le cui braccia abbia sentito riemergere la propria fragilità di bambino, e si chiederà che senso abbia avuto quella lotta convulsa, rabbiosa, per sottrarsi a un destino di miseria, per intrufolarsi negli ambienti giusti, per avere in mano le carte vincenti. Alla fine, il patto faustiano si rivela una beffa: «Il successo, quando è lontano, ha la bellezza del sogno, ma non appena si trasferisce su un piano di realtà appare sordido e meschino».

 

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