La pedina sulla scacchiera di Irene Nemirovsky

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Recensione

Come sempre accade per i libri di questa autorice, si tratta di un romanzo molto asciutto, conciso. Si parla del senso della vita, della differenza tra vivere e sopravvivere, tra il dedicarsi a ciò che davvero si vorrebbe fare e ciò che invece si è obbligati a fare. Quella vita fatta di routine costante e sempre uguale, alzarsi, mangiare, bere, lavorare e dormire che a lungo andare logora, inasprisce, fa perdere il gusto della vita. Parla di occasioni perse, sia in amore che nel lavoro e in famiglia, di rimpianti, di aspettative deluse e della mancanza di coraggio, o di scrupoli, che possono cambiare le cose. E tutto questo porta a uno stato di profonda depressione, a una sempre più crescente mancanza di voglia di vivere fino al suicidio, al suo pensiero e/o alla sua “attrazione”. Vivere davvero o sopravvivere insoddisfatti persino della propria famiglia, per pagare i conti e lavorare, svolgere, stretti in immaginarie catene, sempre le stesse azioni, sempre uguali, ogni giorno? Questo si chiede il protagonista, Cristoph, nei suoi lunghi flussi di coscienza. Ha senso faticare, sacrificarsi per poi morire comunque senza nulla, nessun bene o soldo, con i polmoni logorati come suo padre? Belle domande.

 

 

 

Trama

All’era dei pirati della finanza e dell’industria, degli imperi economici costruiti sui campi di battaglia è succeduto lo scenario desolante degli anni Trenta: la borsa in caduta libera, la crisi, la disoccupazione, e “tutti quegli scandali ignobili, quei processi, quei tracolli privi di grandezza”… Come molti della sua generazione, Christophe Bohun non ha né ambizioni, né speranze, né desideri, né nostalgie. È un modesto impiegato nell’azienda che suo padre, il Bohun dell’acciaio, il Bohun del petrolio, è stato costretto, dopo un clamoroso fallimento, ad abbandonare nelle mani del socio. Si lascia svogliatamente amare da una moglie di irritante perfezione e da una cugina da sempre innamorata di lui. “È la pedina” annota la Némirovsky sulla minuta del romanzo “che viene manovrata sulla scacchiera, che per due o tremila franchi al mese sacrifica il suo tempo, la sua salute, la sua anima, la sua vita”. Alla morte del padre, però, Christophe trova in un cassetto, bene in evidenza, una busta sigillata: dentro, un elenco di parlamentari, giornalisti, banchieri a cui, nel tentativo di evitare il crac, il vecchio Bohun aveva elargito somme ingenti affinché spingessero il governo ad accelerare i preparativi bellici. Riuscirà questo bruciante retaggio, questa potenziale arma di ricatto, e di riscatto, a scuotere Christophe dal suo “cupo torpore”? Difficile trovare un romanzo così puntualmente applicabile a temi e fatti di ottant’anni dopo.

 

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