Home » Mamma è matta papà è ubriaco di Fredrik Sjoberg

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Recensione

Ho acquistato questo libro in versione ebook dopo molti rimuginamenti e ripensamenti. Mi attirava, molto, sia per il titolo che per la sinossi, fin dall’inizio, dalla sua uscita, però… c’era sempre quel ma, quel bho, che mi faceva desistere.  Quando alla fine mi sono decisa a cliccare sul tasto “acquista”, ho iniziato subito e con molto entusiasmo a leggerlo e… non è stato ciò che mi immaginavo, né in meglio né in peggio, ad essere sincera. E’ stato semplicemente diverso. Forse ho mal interpretato la trama, mi sono lasciata suggestionare da concetti e atmosfere che in realtà non c’erano, può essere. Fatto sta che più che un romanzo vero e proprio, come in realtà mi aspettavo, mi sono trovata davanti ad un testo a metà strada tra la biografia, la ricerca storica e la critica artistica, costruito su un costante flusso di pensieri del narratore omniscente. Una scelta narrativa che in alcuni momenti risulta un po’ pedante, che distrae, che allontana il lettore dall’argomento principale. Non a caso, ad un certo punto del libro, mi sono chiesta perché diavolo l’autore fosse passato da un pittore svedese di cui stava ricostruendone la vita, a parlare della filatelia, che con l’artista non aveva nulla a che fare perché non era né una sua passione, né altro. Di buono c’è che la scrittura fluida e dinamica alleggerisce le pagine di un libro già di suo breve e scongiura l’effetto noia. Sinceramente non so se consigliarlo o no. E’ un ibrido, a mio parere, questo libro, un mix di molti elementi, di sicuro non è un romanzo. Bisogna leggerlo con una certa consapevolezza per coglierne il vero significato, altrimenti si rischia di fare un buco nell’acqua, non ricevere nulla da esso.

 

 

Trama

Grazie al caso, manovratore nascosto di destini umani, in un’asta di Stoccolma riemerge dal nulla un quadro dimenticato di quasi un secolo fa, il ritratto di due cugine adolescenti firmato dal danese Anton Dich. «Dimenticato» è forse troppo, visto che il suo autore non è ricordato in alcuna storia dell’arte, ma chi potrebbe incuriosire Fredrik Sjöberg più di un eccentrico ai margini dell’eccentricità bohémienne? Anton, patrigno di una delle due ragazze ritratte, ha lasciato scarse tracce di sé. Si aggira poco più che ombra tra i caffè di Montparnasse negli anni dell’avanguardia del primo Novecento, quando Parigi pullula di artisti di tutta Europa in cerca della loro strada. Pittore di talento, sembra sempre nel posto giusto al momento giusto, eppure lui la strada per il successo non la troverà mai, e morirà solo e alcolizzato a Bordighera nel 1935. Che cosa l’ha spinto alla deriva? Per scoprirlo, Sjöberg incontra le nipoti svedesi di Anton, scava nella famiglia matriarcale della moglie Eva Adler, ricostruisce complessi alberi genealogici e intreccia storie di carriere ben più luminose: Modigliani, Picasso, Derain, Brecht, Cendrars. Indulgendo alle divagazioni autobiografiche, botaniche, perfino filateliche, lascia spesso la strada maestra per produrre nei détours inaspettate esplosioni di senso, cui la sua consueta ironia elegantemente sottrae enfasi. E in fondo a questo viaggio tra Göteborg, Copenaghen, Parigi, la Costa Azzurra, la riviera ligure, addirittura Leopoli, resterà la sensazione di aver letto non tanto la biografia di un uomo quanto quella di un’epoca, una storia di sogni e nevrosi del XX secolo, ma anche dell’eterna ricerca di qualcosa che somigli all’immortalità.

 

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