Roberto Camurri

 

Dopo un lungo stop dovuto a cause di forza maggiore, riprendono finalmente le interviste di Quattro chiacchiere con l’autore e, credetemi, ce ne saranno di belle. E quale miglior modo di festeggiare il ritorno di questa rubrica se non con un autore esordiente che ha fatto faville al recente tempo di Libri 2018? Signori e signore… (rullo di tamburi) Roberto Camurri!

Roberto Camurri è nato nel 1982, undici giorni dopo la finale dei Mondiali a Madrid. Vive a Parma ma è di Fabbrico, un paese triste e magnifico di cui è innamorato forse perché è riuscito a scappare. È sposato con Francesca e hanno una figlia. Lavora con i matti e crede ci sia un motivo, ma non vuole sapere quale. Scrive da pochi anni, anche se avrebbe voluto scrivere da sempre. A misura d’uomo è il suo primo romanzo.

Benvenuto Roberto e grazie per il tempo che ci dedicherai. Partiamo con una domanda di rito: parlaci un po’ di te. Chi è Roberto Camurri e com’è nata la sua passione per la scrittura?

Grazie a voi per l’opportunità che mi date. Dire chi sono è una cosa che mi mette sempre un po’ in difficoltà, vengo da un posto, Fabbrico, in cui queste cose non le diciamo, è difficile per me definirmi a parole perché, come i personaggi del mio romanzo, tendo a definirmi con quello che faccio. Tipo lavorare per una cooperativa sociale che ha a che fare con la disabilità mentale e che mi ha aiutato nel tentativo di eliminare ogni tipo di giudizio nel mio modo di raccontare; così come mi ha permesso di sedermi in un angolo per mettermi al servizio delle storie di A Misura D’Uomo. Il mio avvicinarmi alla scrittura ha un inizio particolare, ero in terza elementare e la maestra ci aveva detto di fare un tema a piacere e, dopo aver scritto quattro fogli protocollo, mi son detto che scrivere era la cosa più bella del mondo . Poi, col tempo, questo desiderio ha continuato a sussurrarmi piano in testa, fino a che, un paio di anni fa, ho conosciuto Ivano Porpora che ha visto qualcosa in me e mi ha consigliato di frequentare i suoi corsi di scrittura portandomi, adesso, qui.

 A misura d’uomo è il tuo romanzo d’esordio ed è, se vogliamo, una storia fatta di tante storie che s’intrecciano e si legano tra di loro. Com’è nato?

 È nato come un insieme di racconti slegati, poi, durante un incontro avuto nella sede di NNEditore, mi è stato detto: Roberto, guarda che stai scrivendo un romanzo; i personaggi, le suggestioni, le storie, potevano essere strutturate per diventare qualcosa di coerente. Così mi sono messo a lavorarci, a scavare in quei racconti vedendoli con una nuova prospettiva, a cercare quello che poi è diventato questo libro.

 Quanto c’è della tua vita e della tua personalità in ognuno dei personaggi?

 Dico sempre che non è un romanzo autobiografico, perché le cose che accadono ai personaggi non sono cose accadute a me o a persone a me vicine. Nel raccontare queste storie, però, parto sempre da un dettaglio che fa parte della mia vita e poi, da lì, parto e racconto qualcosa di diverso.

 Un aspetto del tuo libro che sicuramente colpisce subito è lo stile narrativo. Smilzo, incisivo, conciso fino al limite e privo di dialoghi diretti. Forse non adatto a tutti i lettori. E’ il tuo stile “naturale” o è una scelta calibrata, che hai lavorato, manipolato per renderlo tale?

 È stata una specie di compromesso, ma questo è un pensiero che faccio a posteriori. Sono uno che scrive abbastanza di getto, che deve condensare la scrittura nei momenti che non dedico alla famiglia o al lavoro, quindi spesso mi trovo in mezzo a un flusso di parole che escono dopo essermele macinate in testa per giorni. Ho scoperto, poi, che dovevo far coincidere questo mio stile con le emozioni che volevo andare a raccontare, fondere il tutto su un piano di umanità e empatia per provare a coinvolgere il lettore.

 Questa esperienza cosa ti ha insegnato?

 Guarda, adesso sono travolto, appunto, dalle emozioni che l’accoglienza data al libro mi sta dando, dall’affetto dei librai e dei lettori, faccio perciò fatica a elaborare bene quanto sta succedendo. Posso dire, però, che, a volte, le cose belle succedono.

 Qual è il messaggio che vuoi trasmettere ai lettori?

 Ecco, anche qui mi viene difficile rispondere, non credo di essere una persona, prima ancora che uno scrittore, con dei messaggi da dare; sono piuttosto uno che si fa un sacco di domande, che ha un sacco di dubbi e che prova, scrivendo, a spiegarsi il mondo, i rapporti con cui mi sono trovato ad avere a che fare, con cui sono cresciuto. Quello che ho provato a fare, però, è stato in qualche modo spostare il punto di vista sulla fragilità dell’essere umani, portare a galla le emozioni che stanno dietro la routine quotidiana, raccontare quanta dignità ci sia dietro ogni persona, anche quella ai margini, quella dimenticata e ignorata, quasi insignificante.

Progetti per il futuro? Hai dei consigli per chi, come te, è un esordiente?

 In questo momento faccio sempre questa metafora: è come se avessi piantato un seme in un vaso, un seme di cui mi prendo cura, lo innaffio ogni tanto, ci parlo con la speranza che possa, da lui, nascere qualcosa di nuovo e di buono.

Per quanto riguarda i consigli, no, non ne ho, davvero; dico solo che rimboccarsi le maniche, non avere paura di far fatica, reagire ai rifiuti cercando di capirne il motivo, a me è servito tanto.

 

 

 

 

 

 

 

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un commento a Roberto Camurri

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