Roberta Capon

L’intervista di oggi è rivolta ad una giovane autrice che con il suo libro Gabriel. Zaragoza – Barcelona, tratta un tema importante e delicato, la violenza sulle donne. Conosciamo allora un po’ meglio Roberta Capon.

Roberta Capon inguaribile sognatrice, ottimista e idealista, convive con il compagno Andrea e tre gatti: Isabel, Aramìs e Antares. La sua vita è un viaggio in barca a vela: trasportata dal vento della curiosità, attraversa l’infanzia scrivendo e disegnando storie fantastiche per dare libero sfogo alla propria fantasia. Approda all’età adulta forgiata dalla durezza della scuola, seguendo la scia degli studi accademici, prima in Educazione e successivamente in Antropologia, che affronta proprio come un viaggiatore, giungendo al termine del percorso con un soddisfacente bagaglio, dopo essersi lasciata guidare dal vento, dal gusto della scoperta. Recentemente si è occupata di disegnare le illustrazioni di un amico di famiglia e autore di libri per bambini. Il suo motto resta sempre il medesimo: “Punta sempre all’infinito, mal che vada, cadrai tra le stelle!”

 

Buongiorno Roberta e benvenuta su LiberoVolo. Grazie per il tempo che ci dedicherai. Iniziamo subito con una domanda facile, facile: parlaci un po di te. Come mai hai iniziato a scrivere?

 Buongiorno, Cinzia, grazie mille, è davvero un piacere per me poter rispondere alle tue domande. Prima domanda alquanto difficile in realtà, perché potrei dirti tutto e niente. Diciamo che, generalmente parlando, sono una persona con grandi sogni e altrettanti immensi ideali, ma siccome mi sono spesso illusa nella vita, impattando forte contro durissime realtà, mi sforzo di tenere ben saldi i piedi per terra e lo sguardo bello alto, tra le nuvole e di darmi da fare per restare sempre in movimento perché di indole sono piuttosto pigra. Ho iniziato a scrivere da piccola, per puro piacere; non ricordo esattamente quando, ma so che appena ho potuto mettere nero su bianco le storie fantasiose che mi venivano in mente, l’ho fatto con tanto di disegni, sia a scuola che durante le vacanze estive. Non sono mai stata una bimba da “diario segreto”, pur riconoscendo la scrittura come importante strumento di analisi e di elaborazione. Devo molto alla cara maestra Marinetta, impeccabile e severa insegnante di italiano delle scuole elementari: una volta seppi dalla mia migliore amica Federica, che mentre ero fuori dalla classe, Marinetta disse che con la mia fantasia avrei potuto diventare una scrittrice; così eccomi qui, a tentare di realizzare il sogno. Ovviamente non bastano un libro o due (il primo libro che ho scritto è un romanzo Fantasy, Masters School, pubblicato a circa vent’anni) per essere definiti scrittori, tuttavia per me è molto bello avere tra le mani il frutto della mia immaginazione: adoro la carta, amo il suo profumo…

 Il tuo romanzo desordio tocca un tema molto importate e, aimè, noto e molto frequente. La violenza sulle donne. Come mai hai scelto di trattare questo tema osservandolo dagli occhi di un ragazzo giovane che sta uscendo dalladolescenza?

 Come detto poco fa, Gabriel. Zaragoza – Barcelona non è il mio romanzo d’esordio: nasco come scrittrice Fantasy, ma questa è un’altra storia… Mi sono dedicata al tema della violenza sulle donne a seguito di una fortissima presa di coscienza sull’immagine della donna stessa, che ho elaborato nel periodo degli studi in Scienze dell’ Educazione, nell’esatto momento in cui ho deciso di rimettere completamente in gioco tutte le mie opinioni e conoscenze, che sino ad allora reputavo verità assolute. La scelta di un protagonista maschile, semplicemente perché la distanza mi aiuta a focalizzare meglio i tratti del personaggio che desidero creare, non certamente perché penso che un uomo sia in grado di comprendere meglio i motivi che inducono una donna a vivere una vita soffocata dalla violenza, anzi. Ho deciso di trattare il tema con gli occhi di un figlio perché credo vada preso in considerazione anche il punto di vista di chi subisce violenza in modo indiretto, pur non essendone direttamente coinvolto e sono convinta che spesso siano propri i figli la via di fuga, la salvezza per i propri genitori. Torna forte il tema sociale: dobbiamo mettere sempre in dubbio tutto ciò che diamo per scontato, dobbiamo osservare con sguardo critico “luoghi comuni”, che spesso divengono una trappola, gabbie di cui potremmo buttar via la chiave.

Secondo te, i giovani possono arrivare a decisioni migliori degli adulti? Godono di prospettive diverse o sono anche loro imprigionati nella spirale di violenza che spesso trovano in famiglia o a scuola?

 Diciamo che, generalmente, i giovani hanno più speranze degli adulti proprio perché dalla vita si aspettano ancora tanto; le disillusioni che hanno subito sono ancora troppo poche perché smettano di fidarsi del mondo. Ovviamente ritengo che non tutti gli adulti siano così pessimisti rispetto alla vita, ma sento spesso storie di persone che si adattano alla monotonia perché temono maggiormente il cambiamento (chi non lo teme, in fondo…). Dal mio punto di vista, i giovani godono di prospettive sicuramente diverse, che possono portarli a vedere spiragli di luce in situazioni drastiche, come quella vissuta dal mio personaggio; credo tuttavia si tratti di una questione assolutamente soggettiva, altrimenti non si spiegherebbe come mai si sentono tanti casi di suicidi di minori, dovuti più che altro ad atti di bullismo subiti e perpetuati nel tempo da ignobili aguzzini; la questione andrebbe analizzata in una sede diversa da questa intervista. Tornando al libro, per rispondere chiaramente alla tua domanda, prendo come esempio Gabriel, assoluto protagonista della vicenda. Gabriel desidera fortemente una vita diversa da quella che sta vivendo e certamente si impegna per realizzarla, ma non per questo si può ritenere che non sia imprigionato nella spirale di violenza del suo nucleo famigliare. Colpevole anche la giovane età, è un personaggio che combatte tra il desiderio di una nuova vita per salvare sé stesso e la figura materna e la forte dipendenza affettiva da quest’ultima, tanto da non volerle “rovinare” il difficile e pericoloso “gioco” di celare al mondo i maltrattamenti subiti tra le mura di casa, per mantenere un’immagine “normale” agli occhi del mondo.

 Cosa trova il coraggio di fare Gabriel, a differenza dei suoi genitori?

 La fuga, per Gabriel, è un atto di autentica disperazione… Decide di cambiare vita, caricandosi di tutte le responsabilità che tale gesto richiede. Il suo coraggio risiede soprattutto nello sforzo di voltare pagina, nel prendere in mano le redini del cambiamento e cavalcare verso nuovi orizzonti nonostante il terremoto interiore che la sua età naturalmente comporta.

Com’è nata la storia, a cosa ti sei ispirata per scrivere il tuo libro?

La storia è nata con l’intenzione di aprire gli occhi a chi tende a dare per scontate anche le cose peggiori, inammissibili, come le violenze subite, non solo fisiche. Mi sono ispirata a quelle persone che sono in grado di amare follemente, ma che spesso per questo, dimenticano anche se stesse.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere ai lettori?

Aprite gli occhi: la violenza è un argomento che riguarda tutti, anche quando ci sembra tanto lontana, anche quando sentiamo storie che ormai sembrano all’ordine del giorno, che pare non riescano quasi più a sfiorarci.Non dobbiamo perdere la destrezza di inorridire dinanzi a quanto accade nel mondo: dobbiamo anzi impegnarci in un vero e proprio allenamento all’indignazione perché  è solo questa capacità che può realmente indurci a cambiare le cose, educando le nuove generazioni a non dare assolutamente nulla per scontato…

Progetti per il futuro?

Sicuramente non smetterò di scrivere: qualche progetto in cantiere, ma non voglio rivelare nulla per il momento. Sarà una sorpresa!

 

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