POLLUCE di Marialuisa Moro

Una domenica come le altre.
Le due del pomeriggio e si era solo al secondo piatto. Gli antipasti erano stati, come sempre, molto numerosi, i primi altrettanto, oltre che molto variati e studiati secondo i gusti di ogni invitato. Risotto ai funghi porcini per il direttore, pasta con salsa e melanzane per suo cognato, lasagne per la sorella, tortellini in brodo per la sua vecchia madre; gli altri, potevano accontentarsi di quel che c’era. Era appena arrivato il carrello dei bolliti, cui sarebbe seguito quello degli arrosti, il vitello tonnato, poi le torte, l’immancabile gelato e il caffé.
Però Don Pòlluce non si perdeva d’animo. Arrivati ad un certo punto, qualcuno cominciava a sbuffare e a rifiutare questa o quella pietanza. Ma lui no. Assaggiava tutto implacabilmente, macinando con dente uguale e calma serafica. Una lentezza esasperante, pensava il nipote, che lo guardava incredulo. Non era certo la prima volta che mangiavano insieme, anzi lo facevano quasi tutte le domeniche, eppure non poteva fare a meno di inorridire di fronte alle quantità di cibo che lo zio riusciva ad ingurgitare. Zitto, flemmatico, concentrato sul suo piatto, sembrava non curarsi di altro. Udiva in sordina gli usuali sproloqui del cognato, le scemenze della sorella e l’acredine di sua madre che ce l’aveva sempre con qualcuno. Ma tutto gli arrivava di striscio. Non gliene importava niente. Don Polluce non interveniva, se non direttamente interrogato. Allora si limitava a qualche vago, molto vago “Sì….mah….vedremo…” che scoraggiava subito l’interlocutore. Così poteva continuare in pace.
“Non la sopporto più, quella ragazza” – la vecchia dava di gomito alla figlia.
“Chi, mamma?” – la donna si girò verso di lei, la bocca piena di manzo con la salsa verde che le gocciolava un poco all’angolo della bocca, formando un rigagnolo unto e verdastro a lato del mento, e afferrò il bicchiere colmo di vino rosso davanti al suo piatto.
“L’Antonia, parlo dell’Antonia, quella ragazza nuova che lavora in guardaroba, non hai ancora capito?” – la vecchia stava perdendo la pazienza.
“Cosa ti ha fatto questa volta? – Gemma tracannò il bicchiere tutto d’un fiato e fece un rutto trattenuto a metà, che le squassò il petto florido e abbondante dalla scollatura generosa.
“Mi guarda sempre male, quella vacchetta sfacciata. Chi si crede di essere… Mi odia da quando ho scoperto che la sera si incontra di nascosto con un finanziere….”
“Dai, mamma, che cosa te ne importa di quello che fa fuori servizio!”
“Come hai il coraggio di dirlo! Ricordati che io sono la madre del direttore, qua dentro, e la faccio mandar via quando voglio. Dopo lo dico a Pollice. E’ vero che si comporta male, ma è sempre il direttore, qui.”
“Ma lasciala stare, povera disgraziata! Se la fai licenziare, magari finisce su una strada a fare la puttana. Secondo me sei tu che ti fissi…”
Gemma addentò un’ala di gallina. Un pezzo di carne le cadde in grembo, formando una chiazza di unto sul vestito e lei lo raccolse imprecando.
“Ci vorrebbe del borotalco….”
“Bene, cara la mia ragazza, sai cosa ho fatto ieri sera? Lei passava sotto la mia finestra e io le ho rovesciato in testa un secchio di acqua fredda. Peccato, il pitale non era pieno, se no… Dovevi sentire come urlava.”
Una risata maligna le fece ballare rumorosamente la dentiera.
Gemma, immaginando la scena, si mise a sghignazzare così forte che le andò un boccone di traverso. Cominciò allora a tossire convulsamente e, non riuscendo a fermarsi, si allontanò da tavola con il tovagliolo sulla bocca, accompagnata dallo sguardo di disapprovazione del marito, che si bloccò a bocca semiaperta, interrompendo per un attimo l’abboffata di melanzane fritte. Vedendola tornare quasi subito, l’uomo riprese a conversare con l’anziano contabile dell’istituto, seduto di fronte a lui, che si ridispose ad ascoltarlo con aria rassegnata. Stette a sentire per l’ennesima volta dal cognato del direttore la dissertazione su quanto fosse importante il suo lavoro – non si intendeva di medicina, ma non gli sembrava che fare punture fosse tanto impegnativo e rischioso – e quante persone avesse salvato nel corso della sua carriera. ( Quale carriera?….)
“Anche lei, signor Crispino, è stato salvato da me, si ricorda? Quando, nel sessantuno, aveva i calcoli alla cistifellea e i medici dell’ospedale non l’avevano capito…. .Se non fosse stato per me, che fine avrebbe fatto lei?”
Il vecchietto annuiva e sorrideva timidamente. Altrettanto faceva la sua consorte, che ascoltava con aria riverente. “Ha proprio ragione, dottore. Noi le siamo molto riconoscenti.”
Un sorrisetto compiaciuto increspò le labbra sottili dell’interlocutore, subito spento per infilarci in mezzo un grosso pezzo di patata arrosto.
Carlo lanciò un’occhiata di disprezzo all’anziana coppia. Le persone servili lo urtavano; verso suo padre, poi….
Si sentiva lo stomaco gonfio come un palloncino da fiera, solo che se uno ci avesse sparato dentro per vincere il solito pupazzetto, da quel foro si sarebbe sprigionata una fiumana di cibo solo parzialmente digerito…..Non riusciva a togliersi dalla mente l’ immagine, che lo nauseava e gli rendeva insopportabile quell’incessante crepitio di mandibole. Non era riuscito a fare molto onore al pranzo, perché, come tutte le domeniche, dopo la colazione delle nove a base di panettone con burro e prosciutto, verso le undici lui e lo zio erano andati nelle cucine a controllare i preparativi del pranzo e, già che c’erano, si erano mangiati un bel po’ di patatine fritte appena uscite dalla friggitrice, che le suore stavano cucinando per i bambini. Lo zio, assaggiando qua e là, aveva messo in compagnia delle patate un pezzo di arrosto, uno di bollito, alcune fette di salumi vari, e qualche altro stuzzichino.
“Zio, posso andare a suonare, dopo pranzo?”
Un cenno affermativo del capo sostituì le parole, soffocate dai bocconi di coniglio arrosto, diventato un’unica melma informe con le patate.
La domanda era pleonastica. Carlo sapeva che poteva andare in cappella a suonare l’organo tutte le volte che voleva, se non c’era messa.
“Zio, oggi pomeriggio, andiamo a fare una passeggiata nel bosco?”
“Oggi non posso. Devo dire messa a Trecastelli.”
“A che ora?”
“Alle sei.”
Una pausa. Il ragazzo tacque pensieroso. Poi guardò il prete in tralice.
“Tu ci credi, zio?”
Le guance piene e rubizze assunsero una tinta più intensa.
Carlo lo sbirciò preoccupato. Forse aveva mangiato troppo e stava per avere un malore.
Don Polluce fece un verso strano come gli mancasse l’aria. Tossì.
Forse gli era andato qualcosa di traverso.
“Allora, zio?”
In un soffio, la risposta: “In…somma…….”
“Come, zio?”
“Sai, visto che faccio questo lavoro…. devo.”
Il ragazzo non replicò. A testa bassa, si mise a sbriciolare un pezzo di pane riducendolo in frammenti sempre più piccoli. Nemmeno l’entrata del carrello dei dolci riuscì a distrarlo.
Don Polluce chiese subito il gelato, di cui lui e sua madre erano particolarmente ghiotti.
Una volta aveva raccontato al nipote che, quando era piccolo, a parte la scarsità generale di qualsiasi cibo, il gelato era rarissimo: una chicca delle grandi occasioni.
L’atmosfera si era fatta greve. Alcune teste cominciavano a penzolare sul petto; il cibo ed il vino facevano i loro effetti. Con passo pesante, don Polluce si ritirò in Direzione per il pisolino. Sua madre si alzò per andare a recitare le preghiere in camera sua, come sempre.
“Nonna – Carlo le si avvicinò – abbi un po’ di pietà per quella povera Antonia…bisogna perdonare per essere perdonati.”
“Nemmeno per sogno! Merita di essere punita, quella donnaccia! Nel nome di Cristo! E mi meraviglio che tu, Carlo, mi venga a dire una cosa simile!”.
Brandì con rabbia la corona del rosario che teneva in tasca e si allontanò.
Il ragazzo seguì lo zio per prendere un libro da leggere. In Direzione c’era una biblioteca ben fornita. Mentre pensava a che cosa scegliere, squillò con prepotenza il telefono. Il vecchio, già caduto nell’usuale coma postprandiale, borbottò in maniera quasi incomprensibile: “Rispondi tu.”
Una voce sguaiata dal marcato accento meridionale sprizzò fuori dalla cornetta tanto forte da farsi udire in tutta la stanza: ”Pronto? Pronto? Chi è? Non c’è don Polluce? Passatemelo subito!”
“Veramente… io….non glielo posso passare, adesso. E’….- guardò il prete che già russava – occupato. Chi devo dire?”
“Come? Occupato? Per me non deve mai essere occupato! Che fa, scappa?? Non ti preoccupare, bello, chiamerò ancora. Sono Samantha, diglielo pure, sono la madre di suo figlio! – alzò la voce di un altro tono – E’ inutile che faccia dire che non c’è, tanto lo becco lo stesso. Non può sfuggirmi. Lui ha delle responsabilità verso di me. Diglielo, bello! Non mi può buttare via come uno straccio vecchio. Se lui continua a fare finta di niente, vengo là io, eccome se ci vengo! Cosa crede? E tu, chi sei? Sei il nipote, eh? Il figlio di quella baldracca di sua sorella che va lì per fregargli tutti i soldi. I soldi che deve dare a me, che ho fatto un figlio con lui!”
“Signora, ma che…” – Carlo non ebbe il tempo di replicare.
“Comunque, diglielo pure a tua madre, che è ora di finirla di sfruttare quest’uomo, che è il MIO UOMO. Avete capito? Avete capito tutti?? E lo dovete lasciare in pace, dovete smettere di….”
Carlo riattaccò. Un minuto dopo, l’apparecchio riprese a squillare. Carlo sollevò. Prima che potesse dire qualcosa, uscì dalla cornetta uno strillo acuto:”Don Polluce!!!”
Guardò se lo zio si era svegliato. Niente. Riattaccò, lasciando il ricevitore messo di traverso, perchè la linea rimanesse occupata, e scappò senza libro.
“Non è possibile, quella donna inventa tutto, lo zio non può….”
Percorse il corridoio di corsa e si trovò nel cortile, dove alcuni ragazzi giocavano a pallone. Guardò avanti e vide la nuova ala dell’istituto che lo zio, con l’aiuto di alcuni operai, aveva costruito con le sue mani: i bagni e le docce per i bambini, che prima della sua venuta non c’erano. Aveva fatto tante cose per loro. Non poteva… non era possibile.
Rientrò e passò vicino al salone, dove suo padre e sua madre, rimasti soli, parlavano animatamente.
“Tuo fratello à un porco – diceva lui – non si può fare il prete a quel modo. Lo sai che ieri l’ho visto entrare in camera da letto a braccetto con due donne? C’erano anche delle suore che guardavano e lui se ne fregava nel modo più assoluto, come ha sempre fatto. Non potrebbe almeno comportarsi con un po’ di buon gusto, un minimo di discrezione…. E’ uno schifo. D’altronde, uno che ha fatto il prete solo per una questione di comodo…Dì un po’, se dopo aver studiato in seminario, avesse piantato in asso i preti, che cosa avrebbe potuto fare? L’insegnante, magari. Ma non vivrebbe certo da signore come in questo istituto dove, per essere direttore, bisogna per forza essere prete. Comoda la vita!”
“Sì, certo che è una vergogna, – Gemma aveva perso la pazienza – lo so anch’io. Anche la mamma ce l’ha a morte con lui. E’ tutto vero. Ma se ti disgusta tanto, perchè continui a venire qui a mangiare gratis e a portarti via tutto quello che puoi? “
“Zitta, cretina. Sei una scema, ecco cosa sei. Anziché essere con me, mi sei contro. Se lo dici ancora, te ne puoi andare a stare col tuo fratellino a farti mantenere da lui, e rimanerci! Dovresti capire che io sto cercando, anche se in piccola parte, di rifarmi della tua dote che non hai mai avuto e del tuo mantenimento, cara mia, visto che non porti a casa un soldo. Lui è tuo fratello, deve pur darmi qualcosa in cambio, visto che ti ho sposata. Ti ricordi che sono solo io che lavoro?” Gracchiava con voce roca, annebbiata dal cibo e dal vino.
Come una cagna colta in fallo, che abbassa le orecchie in segno di sottomissione, la donna chinò il capo e parlò a bassa voce, in tono di scusa: “Vado a fare il solito giro prima che torniamo a casa.”
Ebbe un grugnito in risposta. Il marito, greve di cibo, aveva ceduto alla fatica della digestione.
Gemma aveva un compito faticoso da compiere prima di partire: incursioni nel pollaio, per servirsi di alcune dozzine di uova direttamente da sotto il sedere delle galline, poi nell’orto, da cui razziare tutto ciò che poteva fare comodo, successivamente nelle cucine, dove si faceva tagliare i migliori pezzi di carne e di formaggio, oltre a burro e altre derrate che sarebbero servite a mandare avanti la casa per la settimana senza dover fare la spesa. Poi, se c’era tempo, un giro in guardaroba a tirar su biancheria, calze, maglie e qualsiasi cosa il buon cuore dei benefattori potesse aver dato in dono agli orfanelli.
Carlo si avviò lentamente verso la cappella. Sentiva il bisogno fisico di suonare. Le note della Passacaglia non avrebbero mancato neanche questa volta, come sempre, di alleviare il suo dolore.
La musica lo trasportava in un’altra dimensione, dove i dispiaceri terreni venivano esorcizzati. Quando tornava al mondo reale, si sentiva molto meglio di prima.
Mentre lo avvolgevano le noti possenti che simboleggiavano il trascorrere della vita, Carlo rivedeva la sua. Quello zio che gli veniva demolito da tutti, che portava quel nome assurdo solo perché quella contadina ignorante della nonna aveva fatto a gara con le donne del paese a chi trovava per suo figlio il nome più desueto, nome che lei stessa non riusciva a pronunciare, dato che lo aveva trasformato in Pollice, appellativo che evidentemente infastidiva anche l’interessato, visto che aveva adottato un altro santo per celebrare l’onomastico…. Quello zio che era sempre stato un simbolo per lui, una roccaforte in cui rifugiarsi quando litigava con i suoi, l’unico che gli portasse la torta al suo compleanno… Lo zio che a Natale faceva scegliere a lui l’abete nel bosco da tagliare e portare al collegio per collocarlo scintillante e gioioso nella tromba delle scale… Lo zio che viveva come un feudatario d’altri tempi in quella specie di castello che dominava dall’alto le colline boscose, là dove le suore e tutto il personale si facevano in quattro per esaudire i suoi desideri e quelli dei suoi parenti…Là dove anche lui si sentiva qualcosa di simile ad un piccolo principe…. Lo zio che si arrampicava nel bosco insieme a lui e ai bambini dell’istituto, come un bravo papà….
Sarà stato vero che era diventato prete solo per comodo? Sarà stato vero, come diceva suo padre, che non avrebbe mai gettato la veste, anche se gli faceva schifo fare il prete, perché era indispensabile esserlo per dirigere quell’istituto per orfanelli, e là ci stava troppo bene?
La Passacaglia era finita. Carlo si alzò dalla panca sudato e frastornato, le lacrime agli occhi. L’impegno dell’esecuzione e l’impatto emotivo lo sfinivano sempre. Rimase per un po’ a guardare l’altare. Pensò alle messe senza predica di don Polluce, più simili ad una corsa ad ostacoli che ad una preghiera di gruppo, alle comunioni e cresime a cui aveva servito da chierichetto.
“Zio, perché non fai mai la predica?” gli aveva chiesto, ma non aveva mai avuto risposta. Sospirò.
Sentì lontana la voce arcigna di sua madre che lo chiamava: ”Carlo, vieni a darmi una mano! Dove ti sei cacciato!”
Uscì dalla cappella e la vide arrancare carica di borse enormi verso l’auto parcheggiata nel piazzale.
“Sei andato a giocherellare come al solito, eh? Dai, muoviti, che pesano!”
Ne lasciò andare due per terra perché le portasse lui.
Carlo andò di corsa a prenderle.
“Visto che mangi, dovrai pur aiutare…”
“Papà dov’è?”
“Si è svegliato adesso, sta prendendo il caffé con i pasticcini e poi partiamo.”
“Allora vado subito a salutare lo zio.” Carlo mise le borse nel baule e si avviò per le scale.
In direzione non c’era nessuno, nel salone c’era solo suo padre.
“Hai visto lo zio?”
“Che cosa vuoi che me ne freghi di tuo zio! Non sono mica la sua balia”. – farfugliò a bocca piena, mentre esaminava il vassoio in cerca della pasta successiva.
Il ragazzo salì un’altra rampa e fu davanti alla porta della camera di don Polluce.
Stava per bussare, ma non lo fece. Sentiva dei gridolini acuti e delle risatine provenire dall’interno. Rumori di oggetti spostati.
Si mise in disparte, incerto sul da farsi. Aveva deciso di lasciar perdere e di tornare di sotto, quando udì aprire la porta.
Ecco che usciva, il viso disteso in un enorme sorriso mellifluo che non gli aveva mai visto; cingeva la vita di una giovane donna, abbigliata in modo vistoso, che gli si strusciava addosso, ancheggiando teatralmente sui tacchi a spillo.
Nessuno dei due sembrò notare il ragazzo.
Carlo sentì la gola invasa dal succo acre e bruciante dello stomaco. Salì e gli andò di traverso. Tossì, lo mandò giù con forza e si lanciò di corsa giù per le scale.

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