Orme sulla sabbia di Michela Bedin

Che meraviglia quel mattino di settembre, eravamo soli, io e il mare a raccontarci i nostri segreti. Mi piace passeggiare al suo fianco alle prime avvisaglie di luce, quando ancora non ha assorbito il nuovo calore del sole e il vociare della gente. A quell’ora tutto è più intimo, il suo fresco respiro, le sue piccole onde che accarezzano le caviglie, l’orizzonte che ti viene incontro e ti abbraccia; tutto è più calmo, ogni cosa sembra essere al suo posto. Per un’anima confusionaria come la mia è un toccasana. Non avevo particolari impegni quel giorno e comunque non mi andava di fare niente se non gustarmi il mio tempo. Passo dopo passo conquistavo un po’ di spiaggia. Il sole continuava l’ascesa verso il cielo e il suo lento sorgere scandiva il mio tempo; non potevo fare altro che dedicargli il mio sguardo ammirato. Era tutto lì da prima di me, da prima di tutti noi. Che dono meraviglioso la vita, pensai. Quando mi soffermavo e prestavo attenzione a qualcosa che attirava la mia attenzione, come ad esempio il bellissimo volo di un gabbiano, la sabbia avvolgeva tutto il piede e mi sentivo oscillare tra la strana sensazione di cadere e quella di essere parte del mare. Ogni volta, dopo aver seminato le mie impronte, mi giravo indietro con la presunzione che ogni mio passo non fosse stato portato via dall’acqua. Mi è sempre stato chiaro perché l’uomo non può essere immortale e non ho mai capito perché mai si sente padrone di questo mondo. Più volte mi sono chiesta come un essere umano possa aggiungere valore alla sua esistenza su questa terra, cosa potrebbe creare l’uomo, che questo mondo non offra già senza arrecargli danno. Mi sedetti su uno scoglio a riposare, oramai il respiro del mare e le voci dei bagnanti si confondevano. Osservavo i bambini costruire i castelli di sabbia, piccoli architetti, ingegneri e operai edili che si alternavano con mani e intelletto per raggiungere lo stesso scopo; costruire una piacevole dimora dove vivere felicemente. Quanta fantasia e bellezza può generare una piccola testolina, quando è libera di esprimersi. Mentre i piccoli giocavano, gli adulti chiacchieravano, c’era chi commentava fatti di politica, chi narrava a un’amica dell’ultimo libro letto, chi come una signora non più tanto giovane, raccontava alle sue amiche di come si sentisse finalmente libera e felice, dopo che aveva trovato il coraggio di lasciare il marito che da anni la picchiava. Salutai il mio amico del carretto dei gelati, il bagnino Leo e Fuad che era intento a sciogliere dalle corde gli ultimi pedalò.  Al largo, si intravedeva un peschereccio rientrare al porto, chissà quali prelibatezze il mare aveva regalato. Un bimbo chiese da bere alla mamma che gli porse una bottiglia di acqua; solo guardandolo mi vennero le bave ai lati della bocca, per fortuna avevo spiccioli e mi comprai da bere al chiosco lì vicino. Com’era buona l’acqua mentre scivolava giù per la gola.
Un ragazzino tutto indaffarato a scavare una buca per entrarci con il corpo, chiese al papà se poi lo avrebbe ricoperto di sabbia. L’uomo fece cenno di sì con la testa e ritornò a leggere il giornale ma non fece in tempo a voltar pagina, che il figlio preoccupato chiese: “Papà ma poi mi liberi vero?” Con un sorriso sulle labbra il papà gli rispose che nessuno dovrebbe essere trattenuto contro volontà, ma il piccolo rincalzò subito esclamando: “Neanche gli assassini?” Il padre capì di essersi imbattuto in un argomento difficile da spiegare senza entrare in contraddizione così, disse semplicemente: “A te piace essere libero?” “Certo” rispose il bimbo. “Allora non fare nulla che calpesti i diritti degli altri”. Sotto un ombrellone della prima fila, era da poco arrivata una ragazza di circa quindici o sedici anni con la mamma, una signora dalla pelle bianchissima che nervosamente rovistava nella borsa da spiaggia. “Accidenti!” Esclamò sbuffando. “Proprio la crema protettiva mi sono scordata”. Dall’ombrellone a fianco si allungò una mano che le offrì un flacone. “Prenda questa se vuole”. La signora dalla pelle chiara lo prese e sentì che oramai era quasi vuoto. “Non le serve più?” chiese. “No” rispose una voce da sotto il velo. “Ho il burqa che mi protegge e i miei piccoli per ora sono a posto. Mia figlia più grande ha la sua personale perché sa, come tutte le adolescenti vuole essere indipendente dai genitori, anche solo con la crema solare”. Le due donne continuarono a conversare su quell’argomento che accomuna tutte le mamme del mondo, la felicità dei propri figli. Lungo la riva, due uomini si erano seduti con il viso rivolto verso il sole, le loro spalle si sfioravano appena. Quando parlavano si sussurravano nell’orecchio, come per assicurarsi che nessuna parola potesse essere sovrastata dal vociare. Ad un tratto il loro tenero momento fu interrotto dal capitombolo di una bimba che intenta a trasportare il secchiello pieno d’acqua, cadde tra le loro braccia. Ne seguì una fragorosa risata che attirò l’attenzione di molti. Uno dei due uomini riempì nuovamente il secchio di acqua e lo porse alla piccola che se ne andò via felice. Mi bastò guardarli negli occhi per capire quanto amore portavano dentro.
Era quasi mezzogiorno e dalla spiaggia vidi arrivare un gruppo di ragazzi e ragazze, stesero i loro asciugamani e mentre chiacchieravano capii che alcuni a breve si sarebbero laureati. Mi colpì la frase di un ragazzo quando disse che grazie a una borsa di studio, una volta laureato avrebbe viaggiato per un anno intero. Questo viaggio lo avrebbe portato a fare esperienze di lavoro anche nella sua terra d’origine. Che giornata ricca di semplici emozioni stavo trascorrendo, le ore passavano con un ritmo diverso da quello del rintocco delle lancette. Tornai a concentrarmi su me stessa e mi sentii felice per essermi trattenuta più del solito in quella spiaggia. Mi incamminai per tornare verso casa e una domanda continuava a bussare alla mia testa. Perché, in quel piccolo angolo di mondo la felicità sembrava alla portata di tutti, cosa c’era di diverso da quei luoghi dove regnano, fame, sete, malattie, guerra e paura.
Mi rattristava sapere che a molte persone è stata o verrà negata la possibilità di scoprire le bellezze che questa enorme casa rotonda e sospesa nell’universo può regalare. Una sola parola sembrava avere senso e senza volerlo la pronunciai rabbiosamente a voce alta: “IGNORANTI”. Sì, l’ignoranza delle persone che si sentono padrone dell’esistenza altrui e muovono i fili come se la vita di alcuni fosse solo un gioco virtuale. A qualche persona, piace riempirsi la bocca parlando di diritti, ma credo, che questa semplice parola sia spesso usata per giustificare azioni che con questo argomento hanno poco a che fare. Come per le mie orme sulla sabbia, mi resi conto che tutti nel bene o nel male, lasciamo un segno su questa terra.
Per la prima volta non mi voltai indietro; ero grata al mare che sistemava e riequilibrava tutto.

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