Mirco Donà

Lui è uno di quegli autori che non si possono rinchiudere in categorie. Lui è uno di quegli autori che “segue la pancia”, è schietto e dice le cose come stanno, nero su bianco, senza censure, e per questo non ha mezze misure: o piace o non piace. Lui è uno di quegli autori che considera un po’ una forma d’arte tutta la sua vita, il modo in cui la intende e l’affronta. Ai suoi testi, spesso irriverenti, Mirco Donà unisce immagini e suoni, regalando così al lettore, e allo spettatore, una visione d’insieme a 360°. Personaggio molto particolare e “vissuto”, Mirco ci racconta, in questa lunga e intensa intervista, se stesso e i suoi scritti.

Buongiorno Mirco e grazie per il tempo che dedichi a quest’intervista. Parlaci un po’ di te. Come hai iniziato a scrivere?

Forse perché sono nato in un bar, in mezzo a una coltre di fumo, tra giocatori di carte e biliardo, ai giri di vino e bestemmie a nastro.Era domenica, 4 dicembre 1960. Nonostante il freddo umido e la nebbia fitta di quegli anni, era pure la festa di santa Barbara, patrona della Marina Militare e non solo. Era un marinaio mio padre. Abbandonò gli studi liceali arruolandosi volontario all’età di sedici anni. Era uno dei tanti “bocia del ’99”, folgorati dall’idea truccata di un’Italia migliore. Poi capirono che la vittoria, era salvarsi la pelle guardandosi le spalle. Il detto comune: < I muri ti ascoltano!> Era sulla bocca di tutti. Quando sei nato, tuo padre sprizzava gioia da tutti i pori, mi disse un vecchio minatore, cliente fisso, amico di famiglia e malato di silicosi. Era un omone, il più anziano degli habitué. Entrava in bar nel tardo pomeriggio, capelli scompigliati, violino sottobraccio e una gran sete. Aveva una nave tatuata sul petto e sul braccio una bionda sirena. Era istrionico il minatore. Quando mi sedeva sulle sue ginocchia, si sbottonava la camicia contraendo i muscoli pettorali. Il veliero pareva sulle onde. Io lo guardavo imbambolato come fosse magia. Ma il vecchio con un colpo di tosse più forte di una cannonata, incagliava la nave sui peli spumosi dello sterno.  E dopo un sorso di cicchetto, una tirata di tabacco e starnuti a manetta, mi raccontava storie di pirati e oscuri naufragi. Forse era stato in Marina pure lui o forse, amava il mare, gli spazi aperti e orizzonti luminosi. Conosceva di più il sottosuolo belga, che la superficie terrestre. Chi usciva vivo dal buco nero, tornava a casa con quattro soldi e polmoni pieni di biossido di silicio. Quel giorno il minatore prese l’archetto, fece due note cigolanti e riponendo il violino sul tavolo, continuò: <A mezzanotte, tuo padre abbassò le serrande. I tappi delle bottiglie saltavano come grilli, grappa e whisky finirono in un batter d’occhio. Amici e clienti uscirono all’alba, taciturni e malcontenti di affrontare il primo giorno lavorativo della settimana. Tuo padre salì sulla Fiat 1100 D. Ingranò la marcia, mano sul clacson e sgommando tirò dritto, senza fermarsi allo stop. Era sicuro che a quell’ora non passava un cane, figuriamoci con la calaverna! Mi addormentai sulla sedia. Non sentivo più le gambe, caro discolo! > Ero la mascotte del bar. La mia infanzia, posso definirla come il paese dei Balocchi di Pinocchio. Nel mio non c’era Mangiafuoco, ma una stazioncina ferroviaria, dove i binari formavano una curva parabolica intorno a un campo di granturco.

Il trenino Valdagno – Montecchio Maggiore, in certi punti rasentava le case come una serpe. I passeggeri diretti a Vicenza cambiavano binario a San Vitale. Il trenino era fantastico. Le carrozze sembravano quelle dei film western e sul percorso ferroviario, nessun passaggio a livello. Viaggiava ai bordi della carreggiata e in alcuni tratti, il fischio rauco echeggiava contromano e poi dritto verso la città. Quante furberie per non pagare il biglietto. Spesso salivamo al volo e ad ogni fermata, qualcuno faceva il palo. Al minimo imprevisto si scendeva sempre al volo cambiando carrozza e così via. La piazza ovoidale del mio paese, pullulava di americani e auto chilometriche. Erano soldati che al posto della galera, scontavano la pena nel servizio militare. Individui tatuati, attaccabrighe, sempre ubriachi scatenavano risse come hobby per il fine settimana. L’MP li pestava come il baccalà, buttandoli nella camionetta come sacchi di patate. Funzionava così: se gli sbronzi erano bianchi, uscivano i neri della Militar Police e viceversa. Erano energumeni mastodontici, soprattutto quelli di colore, poche ciance e forza bruta, spietata del picchiatore che davanti al sangue menava più forte, senza indugio né una smorfia di pietà. Il foglio di via americano, vietava l’ingresso al militare in quel bar, non il definitivo allontanamento dal paese. Quindi, si spostava da un locale altro. Era l’unica alternativa possibile. Esaurita pure quella, il soldato lo trasferivano in culo alla balena. La ciurma statunitense, abitava intorno la piazza, nei palazzoni edificati appositamente per loro. Era la manna per gli impresari edili della zona. Gli yankee pagavano in dollari, non stracca ganasce. Lo scontrino di cassa, era pura fantascienza. Durante l’estate aumentava il caos in maniera esponenziale. Gli USA posizionavano le casse dello stereo sul terrazzo e musica rock no stop! L’MP arrivava in un attimo. La musica mi piaceva, movimentava la vita rendendo l’aria frizzantina. I weekend americani, erano fatti di sbronze, fumo e zoccole. In pochi giorni scialacquavano tutto. Intanto la Caserma Ederle, costruiva nuovi alloggi per i suoi militari. Il paese cambiò volto, diventò un puttanaio. Dopodiché, giunse un’ondata inaspettata di meridionali. Alcuni erano semplici operai, altri in permesso di soggiorno obbligato. Un paio di loro, divennero amici di famiglia e frequentando il bar di madre, rimanevano allibiti vedendola dietro il banco. Forse per il coraggio la rispettavano più delle mogli. In quel periodo, le donne non entravano nei bar. Chi ci provava, l’additavano come una mignotta. Era un affronto mica da poco, gestire un locale con la bieca mentalità di allora. Ricordo un episodio alquanto singolare. Ancora oggi non ho trovato risposta, nonostante siano trascorsi cinquantacinque anni o giù di lì. Non andavo ancora a scuola. Era quasi mezzodì, quando un cliente del sud, incallito giocatore di poker, mi alzò da terra mettendomi in piedi sul tavolino, davanti all’entrata del bar. A quell’ora passava la moglie. Io dovevo chiamarla e dirle: <Puttana!> Lui sorrideva e strizzando l’occhio mi allungava cento lire. Poi un ceffone mi girò la testa come una trottola. Era mia madre. Se piangevo raddoppiava la lezione. Ormai non sapeva che pesci pigliare con me, così fece un patto semplicissimo: < Ti chiamerò tre volte. Se non rientri la seconda son botte, chiaro!> Preferivo prenderle, piuttosto di tralasciare gli amici. Dovevo escogitare tutta la fantasia possibile per non pigliarle. Lei mi aspettava sulla soglia del bar. Ogni via di fuga era bloccata. Abituandomi al metodo genitoriale in voga, dove uno scapaccione o una pedata nel culo ti raddrizzava la schiena, escogitai un piano di “salvezza”. Il minatore distraeva l a barista ordinando un cicchetto. Quando il vecchio si grattava la testa, scappavo sotto il biliardo e fra le gambe dei clienti, i quali proteggendomi si buscavano qualche sberla sulle mani. Mogio mogio aprivo il quaderno imparando a leggere in soliloquio, anticipavo la prima elementare. L’inizio dell’anno scolastico 1966, fu allucinante. Avevo un grembiule nero, colletto bianco, nastro azzurro, non la birra e ciuffo alla Elvis. Stare seduto per ore, non era nella mia indole. Ero costretto a uscire dall’aula e correre in giardino a perdifiato. Avevo l’adrenalina in ogni muscolo e nervatura del corpo. Mi assentavo dalla classe almeno una volta, solitamente dopo la ricreazione. Non eravamo degli alunni indisciplinati, forse incoscienti o troppo scaltri, assorbiti dalla gioia di vivere, senza badare alle conseguenze. Il Campionato del Mondo di Pattinaggio a rotelle, lo vinse Cantarella. La piazza straripava di atleti di ogni nazione. Fuori dal bar, la RAI era in diretta. I marciapiedi, erano spogliatoi pieni di borsoni, tute, bandiere e intorno alla pista un vociare di lingue diverse. A turno con i miei amici stavamo davanti alle telecamere. Giornalisti e cameraman ci mandavano in mona, mentre i mei coetanei davanti alla tivù, si pisciavano addosso dalle risate. Era un televisore enorme, pesantissimo. Mio padre lo posò sul cavalletto di ferro fatto a mano e ben saldato in carrozzeria. Era alto quasi due metri, più il televisore che visto da seduto, sembrava la Tour Eiffel. Così non toccavo tasti e pulsanti vari. La clientela con gli occhi fissi sullo schermo, si alzava dalla sedia col torcicollo. Bisognava aspettare un tot d’inverno e un pochino d’estate, perché si scaldassero le valvole. Dopodiché, la prima immagine in bianco e nero andava in onda. A volte spariva e spesso roteava come il pallottoliere dell’estrazione del lotto. La tivù si guardava al bar, un luogo di condivisione, sia nel bene che nel male. Avevo sette anni. Stavo in piedi sullo sgabello per giocare a flipper, quando entrarono i primi marocchini. Erano magri, sovraccarichi di tappeti, collane d’argento al collo, bracciali ai polsi e caviglie, passavano di casa in casa. Avevano il mondo sulla groppa. Erano i primi musulmani, che incontrandosi con i veneti cristiani, sputarono l’acqua per il buon vino, conciliando la fatica e il sonno a sorsi di grappa Bocchino. Ciononostante, anche loro trovarono un piccolo spazio nel bar. Lo utilizzavano di sera, come deposito merce. Nessuno aveva niente da ridire nei loro confronti anzi, furono accolti benevolmente, perché tutti venivano da altri luoghi, inclusi i miei genitori, che si prodigarono ad aiutare ‘sti beduini in cerca di fortuna. Uno di questi fu accettato come un fratello e di fronte alla Legge, mio padre garantì per lui, non a parole ma con tanto di firma e documenti regolari. Lo vedo ancora oggi il vecchio marocchino. Rammenta ancora quella domenica decembrina ad Asiago. La neve copriva le case. Le strade interne del paese, parevano piste da bob. Marocco aveva paura. Non voleva scendere dall’auto. Era sconvolto dalla neve. Non l’aveva mai vista e abbassando il finestrino della Fiat 1100D, mi disse:<Cosa fai qui?> La neve da novembre a marzo, rinnovava il suo monocromo brillantato colore lunare. Ero finito nel collegio dei discoli. Avevo dieci anni. La finale del ‘70 Brasile-Italia, la vidi per mezzo miracolo. Il merito fu di una suora, tifosa sfegatata della Juve, che di nascosto giocava la schedina del totocalcio. Ottenne dalla madre superiora, il consenso dei primi quarantacinque minuti della partita. Il resto tutti a nanna senza battibeccare, altrimenti erano guai seri. Al mattino la dorotea juventina era triste, avvilita. L’Italia fu sconfitta 4-1. Dopo la quinta elementare me ne andai per sempre dall’istituto. Dentro il collegio eravamo parecchi, dagli orfani ai benestanti fino a Oreste, un ragazzino poliomielitico. Porto ancora sul braccio sinistro, il segno dei suoi denti. Sono nato nel paese di nessuno e lo è tuttora. Era un paese già globalizzato negli anni sessanta. Gli stranieri in qualche modo s’integravano senza difficoltà, in un contesto paesano apparentemente tranquillo. La regola numero uno, era farsi i cazzi propri.   Negli anni la piazza mutò per l’ennesima volta. Gioiellerie e Banca Popolare di Vicenza, subirono diversi furti e rapine a mano armata. Un giorno ne vidi una. Stavamo giocando a calcio sul sagrato della chiesa, l’unica senza campanile. Era originale, all’avanguardia, un cubo di mattoni e senza il tetto. Quando il pallone finì in mezzo la strada, i banditi uscirono col passamontagna, mitra in mano e sacchi non di patate, ma pieni di soldi. Fuggivano con la solita Alfa Romeo color militare, identica a quella dei carabinieri e polizia. Rapinare una banca era davvero una stronzata. Potevi farla franca. Abitavo in un luogo speciale, dove certi bimbi diventavano adulti in un attimo. Pareva di vivere Amarcord di Fellini. Cose che i paesi limitrofi vedevano al cinematografo. Il biglietto costava 60£ al giovedì e 90£ alla domenica. Il resto era sempre una manciata di caramelle o liquirizia. Il 29 giugno, la piazza si trasformava in un luna park. Gli autoscontri di Boris andavano per la maggiore. Anche la giostra dei calci in culo, aveva spesso i seggiolini occupati. E Ciòsa? Il giostraio sempre ciucco e unto di grasso e sudore. Era di statura medio bassa, il naso schiacciato e una faccia scimmiesca. Quando entrava in bar, mi raccontava storie chioggiotte di pescatori e contrabbandieri. Poi mi allungava un paio di gettoni e se ne andava in roulotte, con la rivista porno Le ore sottobraccio. Era la festa di san Pietro e Paolo apostoli, patroni di questo paese singolare. Difatti, due preti abbandonarono il sacerdozio per un pel di fica. Il detto veneto: un pelo de figa el tira de pì de do bò, non faceva una grinza. Tutti aspettavano la mezzanotte per i fuochi d’artificio. Nel 1972, la fontana al centro della piazza, fu sostituita da un gigantesco cavallo alato di Pietro Cantù. Un cavallo con la criniera al vento, le ali spiegate, la testa identica a un giratubi o chiave inglese, sembrava nitrire verso il cielo. Eravamo dei monellacci adolescenti. Nottetempo, salivamo in cima la bocca equina e dentro di essa, qualcuno infilava un joint enorme, lunghissimo, colorato. Era divertente il parapiglia dei vigili con l’addetto comunale, che tra un tira e molla riuscivano sempre a toglierlo. Ma ogni tanto veniva rimesso da qualche impavido ragazzaccio. Forse per questo e altro ancora ho iniziato a scrivere? Mah!

I tuoi testi, soprattutto quelli del tuo ultimo libro, Micropunte, sono molto particolari, uniscono sacro e profano, moralità e immoralità l’etico e il non etico, zero politicaly correct. Ce ne vuoi parlare?

I miei personaggi vanno letti con la pancia, non con la testa. Non possiedono verità né menzogne. Sono curiosi come gli animali. Forse mostrano le parti oscure, spesso ipocrite di tutti noi. Fatte di manipolazioni mentali, tranelli pensieri e istinti repressi. Dove il rovescio della medaglia nasconde la faccia, mentre quello della moneta è sempre testa o croce. Solo in questo caso, non ci sono due lati. Entrambi decretano morte in una sola facciata! Quando tocca terra o gira come una trottola, ne decide la sorte: ti mozzo la testa o finisci in croce. I miei personaggi sembrano ambigui. Diventeranno ciò che sono, soltanto di fronte a una scelta determinante, aldilà del bene e del male, quella di mostrare la patacca o il gioiello dell’anima. Essere ciò che pensiamo, rimane l’impresa umana più ardua.

Quanto c’è della tua vita, delle tue esperienze e della tua personalità in ognuna delle storie che racconti in Micropunte?

In ogni storia brilla e si consuma una micropunta scia di me stesso. I miei personaggi non sono stelle né provengono dallo spazio, sono missili terra-aria. Non esplodono ma lasciano una traccia nell’infinito buco nero del sole. Ogni racconto breve, conserva e protegge frammenti di vita  personale in 300 pagine. Avevo quindici anni quando morì Pasolini e diciotto quando le BR assassinarono Aldo Moro. Ricordo la Vecchia America, il primo negozio di vestiti usati. La tipa ci faceva indossare degli abiti particolari e stravaganti. I parrucchieri dopo un taglio alla moda ci coloravano i capelli di tinte vivaci. I jeans con le frange e zampa di elefante finirono in soffitta. Era il periodo del punk rock e della new wave. Durante il giorno il berretto in testa. Era vietato scoprirsi prima della sfilata in discoteca. Eravamo pieni di catene, lucchetti, spille da balia in bocca e bracciali di bulloni ai polsi e intorno alle orecchie, le catenine dei cessi. Eravamo un ferramenta ambulante. Il tempo per cambiare abbigliamento era impossibile. Così passavamo dai pantaloni, giubbotti e cappotti in pelle ai jeans strappati alla Ramones. Poi gli impermeabili alla Ultravox, trasparenti sulle giacche anni trenta, scarpe a punta, cravatta fina o in cuoio sulla camicia sbottonata, pantaloni con le pence, larghi in vita e stretti in fondo.

Cosa ti hanno lasciato, artisticamente e umanamente ognuno dei tuoi personaggi, cosa ti hanno insegnato?

La fortuna di averli incontrati sulla mia strada. Che la vita si vive non solo con la testa, anche con i piedi e soprattutto con la pancia. Quest’ultima sarà sempre la tua bussola. Essa indica la via migliore, in base alla consapevolezza personale di ognuno. Se fingi cadrai nella sventura. Concentrati sulle reali capacità che possiedi traducendole in pratica. Se non curi i sentimenti muoiono, divorati dalle abitudini e dal ménage quotidiano. Lo spirito ha bisogno di una bonifica giornaliera.

Tu, con i tuoi scritti, sei solito unire parole, musiche e immagini. Come mai questa scelta?

Nel 1991, iniziai per necessità. Ormai camminavo sui fogli di stanza in stanza. Perfino sulla tavolozza del cesso attaccai uno scritto e per problemi di spazio, pubblicai a spese dei miei genitori, Riflessi e Chimere (editrice Nuovo Progetto, Vicenza).

Copyright: Luciano Cenghialta

Illustrazioni: Gabriele Vignaga, Luciano Cenghialta

Introduzione: Rodolfo Peroni

Sinossi: Mario Pavan, Laura Piazza

Attore: Claudio Manuzzato

Relatore: Mario Pavan

Nel 1994, Vestigia (edizioni LineaCultura, Milano).

Silloge poetica sul mondo agreste.

Copyright: Fauno e Ninfa (altorilievo in bronzo di Augusto Murer, 1983).

Illustrazioni: Vico Calabrò, Lina Zenere, Gabriele Vignaga, Domenico Scolaro.

Attore: Claudio Manuzzato

Relatore: Remo Schiavo

Le opere furono esposte ad anfiteatro durante la presentazione del libro.

Nel 1996, Trilogia dell’Umano (editrice Veneta).

Copyright: Domenico Scolaro (Catarsi, olio su tela, 1994)

Introduzione: Pietro Serra

Sinossi: Adelio Rigamonti

Relatori: Laura Piazza, Adelio Rigamonti (promuove il testo in un Circolo

Letterario milanese.

Reading PoesiaMusicaDanza

Regia: Mirco Donà

Attore: Claudio Manuzzato

Danza: Daniela Bruni

Musiche: Massive Attack e Ummagumma dei Pink Floyd

Ero convinto come lo sono tuttora, che la parola dev’essere interpretata con arti diverse, in cui gli autori esprimono liberamente il proprio sentire artistico, senza perdere l’obiettivo di colpire la pancia del pubblico.

Nel 1998, Viaggio Temporale (editrice Veneta).

Copyright: Paolo Molinaro

Prefazione: Remo Schiavo

Introduzione: Gianni Giolo

Sinossi: Italo Francesco Baldo

Relatore: Remo Schiavo

Il progetto debutta al Teatro Araceli (VI) con la collaborazione di Pino Costalunga (GlossaTeatro)

Regia: Mirco Donà

Attore: Claudio Manuzzato.

Danza: Daniela Bruni.

Musica: Peter Gabriel (Passion)

Scenografia: Trittico fotografico di Giuliano Francesconi.

Quella sera dimenticai lo spettacolo. Ero irraggiungibile. Stavo in un mondo lontanissimo dalla realtà. In questa situazione paradossale, Claudio mi battezzò: Poeta maledetto. Tuttavia, Viaggio Temporale salì sul palco del Teatro Busnelli.

Nel 2002, Il Castigo di Cam (editrice Veneta)

Copyright: Dario Zausa (l’enigma al crepuscolo, 1985 olio su tela 120×60)

Prefazione: Italo Francesco Baldo

Introduzione: Gianni Giolo

Relatori: Italo Francesco Baldo, Gianni Giolo

Dedalofurioso lo metterà in scena al Teatro Busenelli, Dueville (VI)

Recital lirico con piano

Interpreta: Mirco Donà

Pianoforte: Ian Mistrorigo

Movimento e Danza: Daniela Bruni

Regia: Livio Pacella.

Allestimento e Cura: Dedalofurioso

Oikèios. Spazi Culturali

Ero scalzo, i capelli lunghi oltre lo sterno, un bastone di betulla e una stoffa crespata di viola scuro, copriva le parti intime.

Alla mia destra una botte, al centro sullo sfondo una vigna secca. Alla mia sinistra il pianoforte e nell’angolo una figura esile, leggera si muoveva dolcemente verso il proscenio. Ricordo una serata estiva, quando Giolo fra le botti pregiate di rovere e un calice di rosso rubino, introduceva la mia performance sul Castigo di Cam. Quindici minuti solo voce, senza una nota musicale. A Baldo proposi una location singolare. Era una chiesetta semiabbandonata, situata sopra un colle. Il panorama correva fin dove l’asfalto autostradale spariva, come il segno grigio e leggerissimo di una matita.   

Nel 2009, Viaggio Clandestino (Bonaccorso editore, Verona).

In un cascinale nei pressi di Longare, il Progetto PoesiaCanzone si trasformava di volta in volta in agrodolci malinconiche ballate. Durante il concerto in Villa Morosini, i versi poetici, oltre a essere declamati e cantati, una coppia di ballerini a tempo di tango, girava sul palco intorno all’autore. Io, Pepe, Maurilio detto Lillo e Max, stavamo insieme diversi giorni. Erano intensi di confronti creativi e diverbi quotidiani. Era dicembre. Qualcuno fischiava l’aria di un brano scrivendo qualche nota. Iniziò a nevicare. I fiocchi cadevano come noci californiane. Il vento incalzante mutò la giornata in bufera. Mi avvicinai alla finestra. Vidi due pastori, alcuni cani, pecore e un paio di asinelli, che sulla groppa il peso piuma degli abbacchi dondolava ignaro del maltempo. Credevo di essere allucinato. Lillo preparò un buon brulè. Il profumo dei chiodi di garofano, predominava sugli altri odori. Bevemmo insieme a loro. Dopo le chiacchiere morte, una stretta di mano e un augurio di buona fortuna, il gregge proseguì la transumanza. PoesiaCanzone, attirò musicisti poliedrici. Ormai eravamo parecchi.

Mirco Donà: voce narrante

Max Fazenda: chitarra, voce

Maurilio Dal Lago: chitarra, tastiera

Enrico Antonello: tromba, flicorno

Adriano Beghin: cornamusa, scacciapensieri, flauto, sax, bombarda, clarinetto

Franco Trattenero: tanghero

Emanuela Vezzaro: tanghera

Spente le luci, Beghin trasformava il bodhràn in fuochi d’artificio, senza scie né colori, solo rumore onomatopeico di pallini di piombo di varie misure, fino ai pallettoni per la caccia al cinghiale. Il microfono amplificava i suoni sulle bocche semiaperte del pubblico.

Nel 2016 Saligia (Petit Poème Théatral). Acronimo dei 7 Vizi Capitali.

Pensavo a Saligia notte e giorno. La immaginavo una madre al di sopra di tutte le donne terrene e celesti. La vedevo una mamma che non allatta le sue sette figlie, ma le nutre con gocce d’issopo e zizzania. Una volta svezzate, le consegnerà ad Ego, il padre di queste femmine lucifughe. Le chiamerà per nome, indicando a ognuna la via, che conduce agli uomini.

Compositore: Nicola Munari

Interpreti

Ego: Mirco Donà

Saligia: Angela Dal Lago, soprano

Narratore: Fabio Festival

Musicisti

Antoinette Rosso: pianoforte

Federico Zaltron: violino

Maurilio Dal Lago: chitarra

Daniele Dominato: fisarmonica

Rocco Dal Lago: musica elettronica

Valerio Guadagno: scenografia, videomaker, trailer Saligia su you tube

Nel 2017, Micropuntesonate. Sperimento alcuni racconti brevi in forma di reading. L’impatto fu positivo. Intanto scrivevo altre storie.

Interpreti

Mirco Donà, Silvia Boeche e Fabio Festival

Musiche

Andrea Badalucco: chitarra

Maurilio Dal Lago: chitarra

Federico Gobetti: contrabbasso

Fabio Carrubba: sax

Nel 2019, Micropunte (schizzi viaggi senza scali né imbarchi) editrice Kimerik.

Curatrice dell’opera: Cinzia Ceriani

Copyright e illustrazioni: Olivier Baretella.

In ogni pubblicazione cambiano scenari e musicisti, tranne il chitarrista Maurilio Dal Lago che con Andrea Badalucco e il sottoscritto, formano LPM (Laboratorio Parole Musica).

Stai già lavorando al prossimo libro? Indiscrezioni, anticipazioni?

Velecontrabbandiere (Petit Poème Theatral), dedicato ai cimiteri navali, a tutti i relitti, legni annacquati e ferrivecchi sparsi. Ogni ancora conficcata nella sabbia è una croce moderna di una barca abbandonata.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere ai lettori?

Nessuno. Ogni lettore troverà il suo.

Progetti per il futuro?

Se vivo come penso, il futuro sta sempre in fronte, come il passato dietro la nuca si nutre con gli occhi del presente. Allora scrivo ogni giorno. Scrivere è dimenticare. La letteratura è il modo più piacevole di ignorare la vita, disse Pessoa.

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