LA SIEPE di Tania Piazza

Ora vi racconto com’è iniziata, perchè credo di non avervelo ancora detto. C’era sempre questa donnina, sapete, e io la vedevo arrivare ogni mattina dall’imbocco della strada. Ormai avevo imparato il suo orario e mi affacciavo solo per il gusto di poterle augurare buongiorno, col pensiero. Ricordo che mi mettevo vicino al cancello, con la mano sinistra appoggiata al ferro e la destra a tenere la tazza di caffè. Se solo si fosse presa la briga di osservarmi, almeno una volta, con una dose di attenzione anche superficiale, avrebbe certamente notato la precisione assoluta con cui mi disponevo all’attesa. La siepe di alloro, che per anni mi ero ostinato a modellare a forma di colonna, aveva finalmente trovato il suo scopo; pareva riprendere la mia figura come fosse stata ricalcata da un modellino, come quelli che vedevo nei pomeriggi della mia infanzia sulla tavola della cucina. Mamma aveva sempre uno strano gessetto azzurro in bocca, era piatto e sembrava più un plettro che un colore, ma le faceva fare disegni di ogni forma sulla carta velina che aveva disposto sul piano. Copiava modelli di giacche, pantaloni e camicie, per vestire me e i miei fratelli, e le cose che uscivano dalle sue mani erano sempre incredibilmente perfette. Ecco, credo che la sua passione mi fosse stata trasferita da geni un po’ miopi, forse, o semplicemente burloni: la sua arte nel disegno la ritrovavo solo in quella siepe dai tratti così umani, nel mio modo di darle una forma.
La mia postazione di favore mi offriva un punto di vista davvero invidiabile: potevo vederla fin dai suoi primi passi dopo la curva, nel punto in cui iniziano i cipressi che bordano con grazia la strada. Anzi, nelle mattine di sole, scorgevo la sua ombra ben prima dei suoi piedi. La particolarissima angolazione con cui era solita portare la schiena stretta permetteva ai raggi di incastrarsi nell’angolo quasi retto offerto dalla curva della colonna vertebrale. In questo modo, l’ombra che ne nasceva pareva sobbalzarle avanti di qualche metro, come se fosse un guardiano con il compito di riguardare il suo cammino. Mi divertiva, la cosa, e un po’ mi commuoveva, a volte. Il passo di entrambi – donna e ombra – aveva in sé una dignità che si coglieva anche da quella distanza. Come quelle persone che sono nel giusto, sempre, anche a loro insaputa.
Ci contavo le ragnatele, dentro alla siepe, finché lei arrivava davanti al mio cancello e, con lo stesso silenzio che si portava appiccicato alla figura, se ne allontanava in direzione dell’entrata di questo posto. C’erano giorni che quelle ragnatele mi parevano fiocchi di cotone, quelli che avevo imparato a vedere nei libri di scuola, quando, ancora attaccati alle piante, se ne stanno a prendere l’aria, leggeri e, non so perché, profumati. Non vedevo quasi mai il ragno che le aveva create: era questo che le rendeva così speciali, come se messe lì da Dio stesso. Meravigliose tessiture che spuntavano qua e là, senza un apparente senso e senza nemmeno un perché, dato che nessun insetto le attraversava. Forse, era proprio questa sfumatura di estrema dolcezza a farmi pensare a Dio, quando le guardavo, quando i miei occhi si perdevano tra i loro raggi in cerca della figura in fondo alla strada. Che lentamente, molto lentamente, si faceva più vicina. Avete mai provato nella vostra vita passata a fissare un’immagine attraverso una ragnatela? La sensazione è come di disgregazione. Si formano mille e più pezzi, tutti con la stessa importanza, tutti con lo stesso ruolo, e vi servono tutti, quei pezzi, all’identico modo, per comporre la figura che cercate. Senza nessuno scarto. E’ divertente, come ricomporre un puzzle. Ad ogni modo, la vedevo arrivare attraverso quei ciuffi di cotone bianco, impalpabili come lei. Probabilmente, la loro essenza era la stessa, chi lo sa.
Avevo creato dei vuoti tra le foglie all’altezza dei miei occhi, e così godevo praticamente di una maschera verde cucitami addosso, come un abito da gran serata, lungo fino ai piedi. Ne uscivo solo quando lei arrivava davanti al cancello a cui tenevo appoggiata la mano. Alcune volte ho accennato un lieve saluto, con quella mano, un leggero movimento delle dita da destra a sinistra, ma solo alla fine mi son reso conto che non poteva vederle, le mie dita, talmente più in alto erano rispetto al suo campo visivo. La schiena piegata in avanti le teneva la testa giù, ed era come se cercasse sempre qualcosa che le era caduto a terra, o magari contasse le formiche che la accompagnavano fino a qui. All’inizio mi chiedevo come potessero mai le sue esili gambe reggere il peso tutto avanti che la figura aveva; mi pareva ingiusto. Poi però ho capito l’armonia che era parte di lei, e che l’avvolgeva tutta: le gambe erano davvero sottili, ma erano corte, non in maniera sgraziata, assolutamente. Piuttosto, era come se si fossero ristrette nel tempo, per far da bilanciamento alla schiena stretta che pendeva in avanti. In questo modo non avrebbe potuto cadere, mai, ne sono sicuro anche adesso, e una volta riuscito ad andare oltre all’ondata di tristezza che a prima vista mi nasceva in cuore quando la vedevo camminare, la sua immagine mi riempiva di dolcezza. Credo sia stata proprio la dolcezza che emanava che, dopo le prime settimane, mi indusse a seguirla fin qui.
E la devo ringraziare, per tutto quello che ho scoperto. All’inizio, quando capii che stava entrando proprio qui dentro e che ci veniva ogni santo giorno, la mia sensazione principale era stata di disagio, me lo ricordo bene. Mi pareva un comportamento eccessivo, quasi maniacale, nato con lo scopo di diminuire il tempo da dedicare alla vita vera, quella che quotidianamente si consuma in mezzo alle altre persone, al lavoro, a fare la spesa, a cucinare, a parlare, a scambiarsi opinioni. Era come se il suo venire qui, tra di voi, la potesse in qualche modo sottrarre al mondo reale. Mi chiedevo perché, che cosa o chi la spingesse a questa fuga. Alla fine, chiaramente, ho capito che ero completamente in errore. Quella donnina non fuggiva da niente e nessuno; era un angelo, e lo stesso Dio che creava i disegni impalpabili nella mia siepe di alloro aveva con ogni probabilità deciso che il suo ruolo era questo. Manca a tutti voi, ora, lo so; il silenzio che ci avvolge adesso ha un profumo diverso da quello che esisteva in sua presenza. Allora, era come se dai suoi passi leggeri e vicini la ghiaia prendesse un’energia quasi mistica, una miscela di amore che diceva che tutto sarebbe andato bene. Ricordo la prima volta che sono entrato qui, al suo seguito. L’avevo lasciata arrivare in fondo al viale, perché non volevo si accorgesse di me; era caldo, e il sole faceva scappare in avanti la sua ombra che sembrava a tratti stizzita e che si muoveva come un animale giovane, di quelli che hanno l’impazienza ancora nelle zampe, quella voglia di correre incontro alla vita che poi pian piano si affievolisce. Dovevo continuamente riportare la mia attenzione sulla sua figura e ritarare il mio passo, perchè la sua ombra andava indubbiamente più veloce di lei e mi traeva in inganno, facendomi avvicinare troppo. Una volta dentro, ho lasciato che si dirigesse verso quello che credevo essere il suo unico obiettivo, Rosa e Giuseppe. Me ne stavo appostato qualche fila più indietro, guardando volti a me sconosciuti, fissi in un fermo immagine severo e che ora invece mi sono diventati amici, come voi, ma che quel giorno parevano quasi infastiditi dalla mia presenza. Intanto, lei faceva quello che di solito si fa in queste occasioni, e parlava, sottovoce e in maniera quasi indistinguibile, come se quella fosse una lingua creata appositamente per questo angolo di mondo e agli stranieri non fosse concesso di capire. E poi è partito il suo viaggio: dopo Rosa e Giuseppe, ci sono stati altri nomi, Angela Luigi Matteo Paolo Anna, e altri ancora, che dopo un po’ ho dimenticato.
Il mio errore è stato quello di cercare un nesso, un legame logico che mettesse in fila le persone che la vedevo salutare, come se potessero essere genitori, figli, parenti, amici o semplicemente conoscenti; non capivo che a tenere insieme quei volti era solo lei, la sua curiosa forma di bontà e la sua sensibilità fuori dal comune. I suoi gesti erano pressoché gli stessi, come se nessuno meritasse nulla più degli altri. Probabilmente le sue energie andavano dosate, perché per ben due ore almeno non si muoveva più da qui, continuando la sua camminata quasi stesa in avanti, con il viso a sfiorarle le ginocchia. La differenza tra me e lei è sicuramente questa: nel tempo che io me sto qui, all’ombra di questa quercia a guardarvi da lontano, lei passava amorevolmente il suo sguardo e le sue mani oggi qui e domani là, in modo da coprirvi tutti, e raccoglieva. La prima volta che gliel’ho visto fare, non ho colto l’importanza della cosa: sembrava un gesto usuale, di quelli che si fanno ogni volta che vieni in visita e ti accorgi che il vento ha fatto cadere il vaso, o magari la pioggia di qualche giorno prima ha sporcato di terra e fango la foto di nonna. Con un’espressione in viso che racchiudeva tutta la fatica di vivere e allo stesso tempo una tenace e femminilissima accettazione, la sua schiena era scesa più vicina a terra e le sue braccia ossute avevano raccolto dei tulipani che avevano visto giorni migliori; li aveva agitati delicatamente per farci uscire tutti i granelli di polvere e dei sassolini piccoli e chiari erano caduti giù, animando le sue parole sussurrate all’orecchio invisibile di chissà chi. Poi, aveva preso il vaso malconcio che pareva dormire da molto tempo steso vicino a i suoi piedi, l’aveva svuotato dell’acqua scura rimasta ferma e vi aveva infilato i fiori, riponendolo di fronte alla foto, rimirandolo poi da un po’ più lontano per vedere se fosse meglio spostarlo a destra o a sinistra. Infine, da una taschina che si trovava cucita proprio sul petto di quello strano vestito che portava sempre a mo’ di grembiule, aveva tirato fuori un fazzolettino candido e l’aveva passato con grazia e amore sul viso ritratto sulla foto. Finita la prassi, aveva ripreso la sua camminata smettendo di parlare, finché non era arrivata a una nuova foto, un nuovo vaso da raccogliere, nuovi fiori da rimettere a posto, nuove parole da dispensare.
Mi ci è voluto qualche tempo per accorgermi che nulla teneva legati quei movimenti se non la sua ferrea volontà di porre rimedio alla tristezza dell’abbandono. Pochi sono i momenti, qui, nei quali siete in compagnia delle persone che avete amato; alcuni di voi non hanno nemmeno mai avuto la fortuna di avere più di una loro visita all’anno, quella in cui vi portano i fiori che poi il vento fa cadere a terra. La sua protesta stava proprio qui: non poteva accettare di vedere quei fiori lasciati andare, come non accettava che gli stessi fossero distribuiti in maniera diseguale. Ecco allora che la sua raccolta aveva un senso ancora più ampio, andando a dividere il suo bottino fra più spazi, donando, a chi non aveva nulla, la possibilità di abbellirsi di una macchia di colore e profumo. I fiori che raccoglieva da terra li ridistribuiva infatti tenendo conto dei vicini che magari ne erano sprovvisti, e in questo sta davvero la sua grandezza. L’ho amata immensamente, quando ho capito fino in fondo il suo piano, e poco importa se qualche giorno dopo il suo passaggio c’era il custode a far pulizia di tutti quei fiori che, rimasti inspiegabilmente senz’acqua nel vaso, avevano perso la vita nel giro di poche ore. Meglio tante macchie colorate sparse ovunque, che poche, a volte enormi e sproporzionate, messe qua e là, senza un motivo veramente sensato; meglio tanti volti felici magari a metà, che pochi, forse eccessivamente, soddisfatti. Meglio la vita, anche se a tratti, anche se breve, ma di tutti, che la morte di alcuni a far risaltare la bellezza di pochi.
Era dunque una poetessa, quella donnina. La poesia non la scriveva, ma stava nei suoi gesti di ogni giorno, nella sua temerarietà, nei toni sussurrati della sua voce. La regina dei fiori che avete imparato a veder sbucare davanti ai vostri volti, accompagnata dal fruscio delle sue vesti e dal tepore delle sue parole. Mi pareva che sorrideste, dopo che lei era passata; che, in qualche modo, l’ondata di vita che vi instillava la sua presenza e che depositava nei pochi fiori che metteva davanti a voi fosse abbastanza per mutare i lineamenti resi immobili dalla fotografia appesa al marmo. Quando l’ho fatto notare a Sandro, il custode, mi ha guardato come se mi fossi fumato il cervello. Non gliene voglio: immagino che sia normale, per lui, vedere una forma di vaga pazzia in chi frequenta questo luogo con l’assiduità con cui lo faccio io, e lo faceva la donnina, prima di me. L’attaccamento ai propri cari sfocia inevitabilmente in una sorta di distacco che fa diradare le visite dopo il giorno della cerimonia, e non è poi così normale venirci ogni santo giorno, qui. E’ così che i fiori se ne vanno a terra e lì vi rimangono anche per molto tempo, ora che lei, da un bel po’, non c’è più. Non vi vedo più sorridere. Le vostre espressioni sono le stesse, giorno dopo giorno, alcune dietro a una macchia di colore profumata, altre senza il nulla davanti.
Nemmeno lei mi sorride, anche se vengo a trovarla tutte le mattine. Mi siedo sotto alla quercia che le fa ombra e la guardo, le parlo e poi parlo a tutti voi. Nessuno le porta dei fiori, mai, e questa è una delle ingiustizie più grandi che Dio abbia ammesso. Io, per quel che conta, sto ridisegnando la mia siepe. A ogni risveglio, più o meno all’ ora in cui mi accingevo ad aspettare il suo arrivo, scendo in giardino, in una mano la tazza di caffè e nell’altra un paio di forbici. A seconda dell’ispirazione, giro qua e là fino a che vedo il ramo che mi pare più giusto tagliare, e poi me ne vengo qui, lo pongo nel vasetto che le ho portato il primo giorno e mi metto a sedere. Mi sembra che il verde doni al suo viso scarno e mi piace guardarla negli occhi attraverso le ragnatele di cotone che rimangono attaccate alle foglie, il candore accentua l’aura angelica che le vedo attorno. Sono felice quando sto qui, perché mi pare di proseguire il suo mandato, come se Dio avesse scelto un vice angelo da lasciare con voi, quando l’ha chiamata a sé. Solo, mi preoccupa il fatto che poco per volta la mia siepe si è rimpicciolita; la colonna di una volta è diventata piccola piccola e quando finirà non so dove andrò a prendere dei nuovi rami. Spero ci pensi Dio stesso, che nel frattempo scovi da qualche parte un vice vice angelo che possa fare il mio lavoro quando io non potrò più. Devo parlare con Sandro, anche, perché voglio che il mio posto, quando sarà l’ora, sia proprio qui, a fianco a lei, sotto l’ombra di questa bella quercia. Magari di fronte a lei, e non al suo fianco, così potrò continuare a guardarle gli occhi e a scorgervi tutta la poesia che ancora contengono.

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