La partenza

La valigia mi pare abbastanza capiente per la nostra vita insieme. Chissà quanto spazio ci sarà per me. E’ davvero bello, l’abito della festa è quanto di meglio potessi sperare per il nostro grande giorno. Gli sta d’incanto. Quando eravamo piccoli, e giocavamo chiusi nelle stanze di sopra del castello, usavamo tirar fuori i vecchi abiti dei suoi avi dagli armadi enormi e imponenti. Ci occorreva una seggiola, e su quella ci arrampicavamo a vicenda, un po’ io e un po’ lui, a cercar di cavar fuori dal mucchio i vestiti che luccivavano di più o quelli che sembravano più adatti ai nostri ricevimenti segreti. Il mio preferito era fatto da due pezzi, una canotta e una gonna tutti pieni di brillantini, un po’ verdi e un po’ neri. Per provarlo dovevo rimanere sulla sedia, tanto era lungo. Lui mi guardava con addosso una giacca a righe le cui spalle gli arrivavano al gomito, e la trascinava a terra per girarmi attorno estasiato. Mia signora, mi diceva, lei è uno splendore. Un giorno sarà la mia sposa e io la porterò via sul mio cavallo, la rapirò per portarla nel mio castello e vivremo per sempre felici e contenti. Io impazzivo dalla gioia, e gli porgevo la guancia abbassandomi, per avere un suo bacio. Ho sempre continuato a sognare quel giorno, e quel cavallo. Anche negli anni a seguire, quando lui era diventato più grande per continuare a giocare con la figlia della sua governante; mi guardava un po’ triste, come se in fondo in fondo gli dispiacesse non fermarsi più con me, ma poi usciva di corsa con i suoi amici e correva con loro, prima a cavallo, poi col tempo con le auto d’epoca del nonno. Ho continuato a sognare quel giorno anche quando lo vedevo alle feste al castello, splendido nelle giacche non più enormi, per lui, aggirarsi per la sala a tempo di musica accompagnando varie dame in balli eleganti e appassionati. Avrei voluto essere loro, tra le sue braccia, a volgere ancora la guancia per avere un suo bacio. Se ne andava per tutta la settimana e poi tornava al venerdì sera, per ricaricare le energie dalle fatiche dell’università. E ogni lunedì mattina, quamdo ripartiva, ho continuato a sognare che portasse via anche me, come promesso. Arrivato all’ingresso però, si voltava un attimo e mi guardava, i suoi occhi mi parlavano per pochi secondi e mi raccontavano che ancora aveva voglia di rapirmi, ma non era il momento, tutto qua. Dopotutto, una promessa è una promessa. Quando ieri sera ho sentito la servitù dire che oggi il signorino sarebbe partito definitivamente, ho capito che era un lunedì speciale, diverso. Il nostro, finalmente. Ho cercato nell’armadio l’abito da sposa di mamma, quello che ha lasciato per me, per noi. Quante volte l’abbiamo provato davanti allo specchio, io e lei, aggiustandolo dove serviva, immaginando la voce di lui che dopo anni di nuovo mi avrebbe ripetuto Mia signora, lei è uno splendore. Oggi sarà la mia sposa e io la porterò sul mio cavallo. L’ho messo in fretta, perchè lui non è molto paziente quando si tratta di andarsene, non voglio farmelo scappare. Indossare il velo è stato il momento più emozionante, il pizzo apparteneva alla bisnonna, l’aveva ricamato con le sue mani. Mi pare di portarle tutte con me su quel cavallo, oggi: lei, la mia nonna e mia mamma, anche se non ci sono più. Tutte a diventare signore di un nuovo castello, tutte a vivere felici e contente. Un’ultima occhiata allo specchio e poi via, mi sono attardata troppo. Sono corsa silenziosamente fuori dal mio alloggio, mi sono affacciata al portone ed eccolo là, nel suo splendore. La valigia mi pare abbastanza grande. Ma niente cavallo, chissà perchè. Al suo posto vedo un’auto moderna, nera e aperta; ma non ha importanza, l’auto va bene lo stesso. Il castello ci aspetta e la felicità anche. Mi sembra che stia camminando velocemente ed è strano che non si volti ad aspettarmi. Forse non ha sentito i miei passi. Non so nemmeno io se devo chiamarlo, ma è da tanto che non ci parliamo, credo non riconoscerebbe più la mia voce, non servirebbe, temo. Eppure, lo so, tra poco si volterà e mi guarderà, e il suo sguardo mi parlerà. Mi dirà che oggi è il giorno, che mi devo affrettare perchè siamo in ritardo, che qualcuno ci sta già aspettando per darci il benvenuto nella nostra nuova casa, nel nostro nuovo mondo, nella nostra nuova vita. La valigia mi pare abbastanza grande per tutti e due. Tra poco si volterà, lo so. Intanto, mi fermo sul ciglio del vialetto e rimango a osservarlo; sollevo un po’ la gonna di pizzo per non farla sporcare, e aspetto: quando mi guarderà sarò perfetta.

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