Fabian C. Droscor

Fabian C. Droscor, alias Francesco Bordi, è direttore editoriale della rivista on-line Culturalismi.com e della neonata Culturalismi Edizioni. Prima un master in editoria ed una laurea in lingue orientali impreziosita dalla permanenza a Parigi durante la tesi, poi il lavoro in diverse case editrici hanno costituito le
basi umanistiche del suo cammino artistico. Ed oggi, dopo numerose prestazioni professionali svolte come ghost-writer, è finalmente giunto il momento di firmare la sua prima fatica letteraria con lo pseudonimo di Fabien C. Droscor, anagramma del nome e cognome con cui l’autore
intende farsi conoscere al pubblico dei lettori.

Benvenuto Francesco e grazie del tempo che dedichi a LiberoVolo. Parlaci un po’ di te, per rompere il ghiaccio.  Cosa fai nella tua vita e  com’è nata la tua passione per la scrittura?

 Grazie a voi per la cortese attenzione che avete nei miei confronti e ancora nei confronti del “pipistrello”: quel mio libro che ogni giorno tenta sempre più (peraltro con successo) di focalizzare la mia attenzione su di lui nel corso del mio quotidiano. Dunque… Lavorativamente parlando la mattina mi occupo di editoria e letteratura dal momento che gestisco una casa editrice di e-books e svolgo dei servizi relativi a varie fasi delle pubblicazioni (anche per terzi). Tuttavia queste attività non sono sufficienti per arrivare alla celeberrima e fantomatica “fine del mese”, così nel pomeriggio lavoro in un punto vendita all’interno di una stazione metro a Roma. Quando scrivo, invece, non mi pubblico ovviamente da solo, ci pensa quindi la Robin Edizioni/Biblioteca del Vascello: fra le primissime ad aver apprezzato il mio manoscritto. Ho sempre esplorato gran parte del paradigma dello scrivano: recensionista, articolista freelance, adattatore,  ghost-writer, ghost-writer e ancora ghost-writer letterario e recentemente, ma soprattutto FINALMENTE, scrittore per me stesso. Se devo ricordare i capisaldi più “antichi” nell’ambito del mio eterno innamoramento per la lettura/scrittura direi tre ricordi fondamentali. Mamma che mi legge da piccolissimo “L’isola dei delfini blu” di Scott O’Dell, poi “Favole al telefono” di Gianni Rodari e la stesura di due manoscritti (ancora nel cassetto) negli anni del liceo: uno di ambientazione derivata dai classici dell’epica italiana ed uno di stampo contemporaneo con lievi sfumature fumettistiche. Ad ogni modo e per completezza d’informazione, se non avessi letto “Il nome della rosa” di Umberto Eco, oggi probabilmente non farei l’editore e con ancora maggior probabilità non avrei mai avuto lo slancio di una scrittura tutta mia. Scusate la prolissità: il ghiaccio si è rotto e si è sciolto,  anche troppo…

Come mai hai scelto di pubblicare con uno pseudonimo?

La scelta ha principalmente una duplice natura: una romantica ed una pragmatica. Il romanticismo di uno pseudonimo, per di più nato come anagramma di nome e cognome, scelto da un autore per il suo pubblico non ha rivali. Certo… In altri periodi si trattava di una scelta obbligata onde evitare che le coraggiose parole di uomini troppo arditi per i loro tempi procurassero loro danni irreversibili. Oggi non c’è più, quanto meno in una buona parte del globo, questo tipo di rischio. Tuttavia il fascino connaturato a questa artificiosa consuetudine letteraria rimane invariato. Da un punto di vista più pratico direi che il fatto che in libreria non mi si trovi con nome e cognome reali permette di tenere a debita distanza pressanti “clienti” che, rassicurati dalla presenza di un titolo editoriale che avvalori le capacità del novelliere fantasma che già conoscono, si riscoprano ulteriormente vogliosi di commissionarmi un libro di cui loro non scriverebbero mai mezza pagina (o quasi) per poi però apporre la loro firma a lavoro ultimato. Ecco direi che si può serenamente abbandonare questa dolorosa pratica.

Sei direttore editoriale della rivista online Culturalismi.com e della neonata Culturalismi Edizioni. Com’è nata questa avventura e qual è l’obiettivo che si prefigge?

Culturalismi.com è un sogno nato insieme al mio amico e collega Ivan Errani. Nel 2010 vivevo una forte frustrazione perché nonostante venissi da numerose collaborazioni all’interno di varie case editrici italiane, non riuscivo a fare della mia passione un’attività vera e propria. Il lavoro al negozio come addetto vendita andava avanti, ma non riuscivo ad accettare che le capacità umanistiche sviluppate negli anni fossero destinate a soccombere ai tempi. Ne ho quindi parlato con il mio amico Ivan (passato in casa editrice anche per lui) nel corso di una sera in un locale nel quartiere Prati di Roma con lo scopo di creare insieme qualcosa che potesse dare una dignità ad una propensione letteraria che non è mai stata solamente un “diletto”.  Lui, come se si aspettasse da sempre questa pseudo-richiesta mi ha detto: “perché non facciamo un sito?”. Era il 10 ottobre del 2010 e da lì in poi quella sorta di blog è diventato un portale di informazione culturale con alcuni articoli in lingua straniera. Si è quindi aggiunta in corsa la preziosissima Antonella Narciso che ha portato una ventata di caparbietà letteraria davvero notevole supportando economicamente e qualitativamente l’intera attività soprattutto negli ambiti prettamente nord-europei dei nostri interessi culturali. Infine da una costola di questo sito è nata la casa editrice “Culturalismi Edizioni” che attualmente ha prodotto due titoli: “Indocumentados” di Roberto Ceci e “I delitti del fiume” di Patrizia Doretti . Le idee sono davvero tante, i collaboratori effettivi (ma soprattutto quelli aspiranti) non mancano. Ciò che manca, come sempre in Italia, è il denaro destinato all’offerta culturale. Nel nostro paese, a differenza di moltissimi altri stati europei, si fatica a percepire aspetti come letteratura, arte, teatro e la cultura in generale come attività lavorative vere e proprie degne di retribuzioni della massima serietà, ma d’altronde noi lavoriamo anche per questo. C’è sempre un nemico da sconfiggere nella narrativa: effettivo o metaforico che sia. Nel nostro caso “il cattivo” da abbattere è costituito dall’idea che solo ciò che si mangia è degno di ricezione di denaro. Perché “se non si mangia si muore di fame”. Verissimo, ma ricordiamoci tutti quanti di una cosa: se non si ascolta quella voce più o meno grande di insoddisfazione all’interno di noi e se non la si placa offrendo qualcosa che vada al di là della solita percezione quotidiana, si rischia di ammalarsi ugualmente, come quando non si mangia. In quel caso si muore di fame o di inedia, nel caso della mancanza di stimoli per la mente la malattia è ugualmente grave e si chiama depressione.

Non è tutta colpa del pipistrello è la tua ultima fatica letteraria. Nel romanzo, il pipistrello altro non è che l’attore Christian Bale, nei panni, chiaramente, di Batman. Ma in realtà, cosa rappresenta il pipistrello, e perché non è tutta colpa sua?

Il “simpatico” volatile notturno rappresenta una delle tante morbosità di tutti. Sì, tutti quanti noi abbiamo delle morbosità e non credo che di per sé questo sia un male. Ritengo invece che il “male” venga prodotto nel momento in cui queste passioni morbose cominciano a togliere tempo, energia e soprattutto attenzione alle questioni davvero “importanti”. La protagonista del mio libro  non rinuncerà alla sua passione morbosa, semplicemente la ridimensionerà a vantaggio di un qualcosa di più importante, più intimo e fondamentale anche per se stessa. La colpa non è del “pipistrello”, ma è sempre colpa nostra. Se abbiamo bisogno di qualcosa, se soffriamo per un motivo, se reprimiamo aspetti del nostro carattere fino a farli degenerare di chi è la colpa? Dobbiamo esprimere, dobbiamo dire, insomma dobbiamo ESSERE.

Nel romanzo hai descritto la tipica mentalità italiana, con un piccolo scorcio su quella francese. Cosa volevi trasmettere con questa tua opera?

In sostanza volevo descrivere il differente approccio alla vita che hanno le due società cugine. Nel farlo sono stato ben attento a non cadere nel tranello degli stereotipi. Anzi, ho voluto andare così in profondità nel raccontare la gente di Roma e quella di Parigi che, credo / spero di aver suggerito un relativamente nuovo punto di vista su entrambe le popolazioni. L’aver ben conosciuto le strade, le istituzioni  e le percezioni di queste due realtà mi ha permesso di creare dei dialoghi e delle circostanze talmente veritiere e, forse, così poco note da sembrare di aver volutamente mischiato le carte in tavola in modo tale da invertire completamente tutti i cliché relativi ad Italiani e Francesi scambiandoli vicendevolmente.

Cosa ti hanno lasciato, artisticamente e umanamente ognuno dei tuoi personaggi, cosa ti hanno insegnato?

Ho lavorato davvero tanto sulle caratterizzazioni dei personaggi. Posso quasi dire d’aver lavorato prima sui personaggi che su la storia e l’intreccio. Quello che sostengo spesso, quando parlo della fase creativa relativamente a “Non è tutta colpa del pipistrello”, è che sono stati gli stessi personaggi a creare la storia. Una volta donata una fortissima personalità e “plausibilità” ad ognuno di loro, principali o secondari che fossero, la storia è venuta fuori da sola. Sono stati Lorenzo Parrini, Eleonora Savini, Donatella Rometti, “Porto”, Maria e tutti gli altri a portarmi esattamente dove volevano loro. So che è difficile da capire, ma vi assicuro che è così. Mi hanno insegnato a fidarmi di loro, a fidarmi della scrittura, a fidarmi di me…

La soddisfazione più grande che hai ricevuto dopo la pubblicazione del libro?

Numerosi ed autentici sono stati gli apprezzamenti dalla critica, davvero. Le recensioni sono risultate spesso lusinghiere, così come le interviste. Anche le vendite stanno procedendo gradualmente nella giusta maniera. I conti si faranno poi ad ottobre con le presentazioni di Torino e Roma, ma direi che l’andamento è positivo. Ma ad essere “schifosamente sinceri” la gioia più grande sta tutta nei riscontri con i lettori: gente che sorride parlando del mio libro, dei personaggi. Persone che mi fanno domande del tipo: “Ma come cazzarola ti è venuto in mente questo? Geniale!”. Vale tanto per gli acquirenti sconosciuti che per gli amici. C’era più di una persona che conoscevo per essere non amante della lettura. Bene, vedere che quel mio amico, il collega del negozio vicino o ancora l’amica dell’amico mi scrivevano messaggi dicendo: “ma è vivo Lorenzo?”, “Se muore giuro che non vado avanti è troppo simpatico”, o ancora “sei stato davvero bravo, questi sembrano veri. Ne conosco uno che è proprio così”. Queste frasi e tante altre, gli occhi “al testo” che mi guardano, le domande su personaggi di un libro trattati come se fossero individui realmente esistenti… Queste sono le gioie più grandi per chi scrive, per chi sogna, per chi crea. Sono le gioie più grandi per me.

Progetti per il futuro?

Da più parti, addetti ai lavori, lettori, redazioni è arrivata la richiesta di un seguito. Non credo che questo avverrà, ma credo piuttosto che mi impegnerò sulla realizzazione di uno spin-off ossia una storia che nasca da una costola del “pipistrello”, magari investigando maggiormente sui personaggi minori. Tra le righe però vi posso dire che sia io che il mio ufficio stampa stiamo “trattando” per cercare di esportare i personaggi del mio libro verso altre arti. A breve inizierete a vederli diciamo “sotto altre vesti”, ma le trattative sono ancora in corso e per ora Lorenzo e gli altri non si vogliono sbottonare di più”. Che ne dite? Lo facciamo il tifo per loro?

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