Emilio Casalini

Eccoci qui con un’intervista speciale ad un autore speciale, Emilio Casalini, che dall’11 al 14 di gennaio 2017 incontrerà i lettori in un appassionante tour nella sua regione d’origine, il Veneto, per presentare il suo libro, Rifondata sulla bellezza.

Emilio Casalini è giornalista della trasmissione Report. Dal 1997, prima come fotoreporter poi come giornalista televisivo e conduttore radiofonico, racconta il mondo e l’Italia attraverso inchieste, documentari e reportages. Nel 2012 ha vinto il premio Giornalistico Televisivo Ilaria Alpi per il migliore reportage italiano breve con “Spazzatour”. Rifondata sulla Bellezza è il suo primo libro.

Conosciamolo meglio.

Da giornalista d’inchiesta a scrittore esordiente. Sentivi il bisogno di dire qualcosa in più rispetto a quello che il tuo lavoro ti consente, in termini di spazio e opportunità?

Qualcosa in più in termini di linguaggio. Da molti anni mi occupo di inchieste che, per loro natura, spesso lasciano l’amaro in bocca non solo ai telespettatori, ma anche a chi le conduce. Questo libro è un viaggio che parte da una domanda: “perché sento sempre dire che potremmo vivere della nostra bellezza e poi questo non accade?” Diventa un’inchiesta per capirlo, osserva casi di fallimento e di successo e infine sviluppa un modello che riguarda tutta la società e i suoi comportamenti. E’ un racconto aperto.

Vivi a Roma da tempo ma sei veneto, padovano, per la precisione. Cosa ti aspetti dal tour nella tua terra? E come speri che venga recepito il tuo libro?

Il Veneto ha sviluppato alcune delle potenzialità che affronto nel libro, soprattutto nel turismo, ma i margini di miglioramento sono ancora incredibili. Penso alla scarsa valorizzazione dei parchi regionali di cui recentemente si è parlato, penso alla differenza di sinergie tra i Castelli della Loira e le Ville Palladiane, alla finta overdose di turisti nelle calli di Venezia dove appena esci dal flusso di “bestiame” incanalato verso San Marco trovi intere aree deserte, al territorio bellunese tutto ancora da scoprire oltre Cortina. Penso ad un vicentino che cresce ma deve imparare, come il resto d’Italia, a trattenere il viaggiatore sul territorio secondario, fuori delle città, dove ogni singolo straniero che arriva incide efficacemente sull’economia e sulla cultura. Assieme a studenti ed amministratori locali facciamo progetti perché il libro io lo vedo come una sorta di elettrostimolatore neuronale costantemente acceso sul territorio.

Pur essendo un giornalista di rete nazionale hai scelto di non affidare la tua opera prima alle grandi case editrici, come molti colleghi fanno. Come mai?

L’avevo fatto. Ho firmato e rescisso 4 contratti in otto mesi. C’era sempre qualcosa che non andava per come lo volevo io. Un libro è un flusso di libertà e io ne esigevo tantissima, forse troppa. Per cui  ho capito che il problema ero io e che c’era solo una strada, quella dell’indipendenza totale. Così ho aperto una casa editrice. Una fatica bestia per la solita burocrazia e perché ero da solo con qualche amico a supportarmi. Però penso sia la strada giusta per come sono fatto io. Oggi Spino Editore (perché il mio portafortuna è un piccolo porcospino di legno che viaggia sempre con me) è la più piccola casa editrice che esista avendo solo un libro in catalogo, il mio.

Ci parli degli obiettivi che si prefigge la Spino Editore?

Siamo appena partiti e in questo momento c’è la promozione del mio libro. Per accogliere altri passeggeri in questa vettura serviranno altre forze e professionalità. A me faceva male l’idea di cedere i diritti sul mio pensiero ad altri, è un fatto di principio, non di soldi. Capisco che il sistema è così, ma non è detto che non si possa cambiare magari immaginando delle forme contrattuali che prevedano una compartecipazione nelle spese e nei guadagni, servizi in outsourcing per editing, correzioni, grafiche, ufficio stampa, etc. Ovviamente non sto parlando di editoria a pagamento o cose simili né di self publishing ma della condivisione di un progetto editoriale tra editore e autore con i diritti che però restano a quest’utimo. Non so se si potrà fare, ma è un’idea che mi piace.

Nel tuo libro parli di turismo, ma anche di orgoglio e di identità nazionale. Due elementi, quest’ultimi, che spesso in Italia risultano confusi e manifestati a singhiozzo. Può la bellezza, di cui citi nel titolo, e la cultura alla base della storia italiana essere la linea guida per la creazione di un’identità nazionale? E perché?

In Italia come forse in nessun’altra parte del mondo, la bellezza è un patrimonio che stiamo estinguendo perché lo diamo per scontato. Non è merito nostro, ma costituisce le fondamenta della nostra identità, è il tratto comune che, da fuori, il mondo ci riconosce, accomunandoci più di quanto siamo capaci di fare noi italiani. Eredi indegni visto che oggi buttare una sigaretta per terra non stupisce nessuno mentre invece dovrebbe indignarci e spingerci ad intervenire. Perché la bellezza richiede responsabilità e impegno, la bellezza costa fatica mentre il degrado, la piccola truffa, la mediocrità sono facili. Ma non portano lontano. Ecco perché è necessaria una scelta che allontani la retorica e riporti al centro la sostanza. Tanto più forte è l’identità di una persona, di un marchio o di un popolo, tanto più valido sarà il loro impatto su tutto ciò che li circonda. Ma non viene da solo. C’è bisogno di un progetto. Il turismo è semplicemente il modo migliore per mettere a frutto tutto questo patrimonio materiale ed immateriale, facendolo diventare il vero perno di uno sviluppo economico che ha prospettive di futuro molto più sostenibili di tanti altri. Dobbiamo ritrovare la nostra identità per offrirla al mondo che la desidera e ci ricambia con denaro pulito grazie a cui possiamo rafforzarla ancora di più.

 Bisogna però tener conto che l’Italia è una nazione relativamente nuova, popolata da persone di estrazione diverse, sia da un punto di vista culturale che di approccio alla quotidianità, di pensare e comportarsi. Ieri, nei secoli passati, come oggi. Basti pensare alle differenze tra Nord e Sud… davvero basterebbe puntare al turismo e alla valorizzazione della nostra cultura?

No, non basta. Giustamente citi la giovinezza di questa nazione che per secoli è vissuta sulle guerre tra le città ei comuni da cui abbiamo ereditato la frammentazione del territorio, la distanza tra Nord e Sud che prima dell’unificazione avevano bilanci a segni invertiti. Però il destino è venuto incontro al nostro Paese perché quella divisione è anche biodiversità culturale ed è oggi possibile ragionare in termini di rete invece che di monadi e il turismo è uno strumento sociale prima ancora che economico. Dobbiamo imparare ad ascoltare chi arriva, ad accogliere nel migliore dei modi, come se arrivasse un amico. Ma questo ci migliora proprio come società.

Turismo, cultura e bellezza. I tre pilastri che, oltre a creare unità, potrebbero anche risollevare il paese dalla crisi economica e politica in cui viviamo?

Molto di più di quanto si immagini e si dica. Ogni 100 euro che un viaggiatore straniero lascia sul nostro territorio, specialmente quello minore, è come un export realizzato con il cliente che viene a prendersi la merce sul luogo di produzione. Genera poi un flusso di microeconomia che prima non esisteva in quel luogo e la circolazione del denaro è molto più importante della quantità. Anche 10 euro, in un momento di crisi, riattivano il flusso. Il turismo attiva proprio quella circolazione, e lo fa senza inquinare, recuperando le tradizioni ed offrendo il proprio patrimonio culturale ed enogastronomico a chi viene da lontano per conoscerlo. Azzera lo scontro generazionale per il lavoro perché giovani narratori e anziani sapienti hanno bisogno l’uno dell’altro.

Per realizzare tutto questo, quanto dovrebbe cambiare la “tipica” mentalità italiana a volte molto “disordinata” e “pigra” che tende a lamentarsi senza far nulla per migliorare, e come?

Purtroppo siamo molto distanti dalla sufficienza. Perché siamo viziati. Vogliamo il lavoro del posto fisso, meglio se pubblico. Un mondo finito ma siamo tra gli ultimi a volerlo capire. Ci piace la “pappa fatta” e la bellezza di cui siamo circondati purtroppo spinge in questa direzione. Così in tanti fanno i furbetti: penso a quanto cibo “finto” oggi offriamo agli stranieri nei nostri ristoranti, penso a quanto poco ci interessi raccontare ciò che offre un territorio anche solo sistemando i cartelli stradali o colorando le pareti grige delle nostre case. Dove ci si dà da fare le cose cambiano, pensiamo alle Cinque Terre e a quanto sono cambiate in vent’anni. Ecco, quando si smette di lamentarsi e si inizia a muovere il culo i risultati arrivano sempre

Cosa ti ha ispirato la nascita di questo libro?

Ho iniziato chiedendomi quale fosse la più grande e complicata inchiesta che io potessi fare e mi sono risposto che capire perché siamo così dementi da non usare ciò che abbiamo era abbastanza alto, come obiettivo. Non solo la denuncia ma anche la ricerca delle cause e le possibili soluzioni. Prima un ebook e poi un cartaceo. Ma è un percorso aperto che è appena iniziato. Penso che avrò da fare almeno per i prossimi vent’anni.

 Dal tuo libro si ha l’impressione che l’Italia sia un disastro, e arretrata. Possiamo leggerla come una sorta di denuncia sociale e civile?

C’è la denuncia spietata di tutto lo schifo ma anche tante spiegazioni e buone pratiche che indicano una strada da seguire per tutti. A Favara, nella desolata provincia di Agrigento, nel Rione Sanità di Napoli, tra le rocce di Berchidda in Sardegna ci sono i migliori esempio di rigenerazione urbana, di riscatto e rinascita. Che funzionano. Il libro è un manifesto politico che mi piacerebbe fosse letto da politici, amministratori pubblici e studenti. Il libro si chiude con la proposta/provocazione di inserire la parola “bellezza” in un preambolo che apra la nostra Costituzione in modo più adeguato senza toccarne gli articoli. Se vi siete mai chiesti perché inizi con quella strana frase che, unici al mondo, ci fonda sul lavoro, beh, nel libro è spiegato perché.

Italia, Cina, Cambogia, Zambia. L’hai composto come una sorta di diario di viaggio?

Il libro ha una doppia struttura narrativa in cui ogni capitolo parte con una storia riguardante differenti luoghi del mondo. Come esempi, come spunti. Viaggiando si imparano molte cose e dobbiamo offrire a chi viene da noi tutto ciò che noi vorremmo ci fosse offerto quando arriviamo in un luogo straniero: narrazione, autenticità e rispetto. Quando li trovi in una stazione dei bus di Lusaka o nella periferia di Angkor ma non nella capitale d’Italia allora capisci quanto ancora devi crescere.

Non manca una vena ironica, nel libro…

Siamo noi che spesso, come popolo siamo ridicoli. Ci facciamo ridere dietro dal mondo.

Progetti letterari per il futuro?

Per ora no. C’è da approfondire questo racconto anche con altri strumenti: televisivi, radiofonici, teatrali, youtube. Tanto lavoro, da mattina a sera, incontrando tanti territori, tante scuole, tanti amministratori, il lavoro più bello del mondo. Sono un privilegiato. Ma sto cercando di meritarmelo.

 

 

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