E CADDE DALLE NUVOLE di Giulia Poretto

C’era una volta una grande città romana. Come in ogni città di quest’epoca si vedevano ogni giorno un sacco di persone che attraversavano le sue strade; c’erano carri trainati da cavalli, oche, galline e cani che giravano liberamente per la città, senza che nessuno si disturbasse per la loro presenza. Si potevano incontrare per le vie i magistrati, i consoli o i comandanti dell’esercito, e chi era loro attorno nel momento in cui passavano era obbligato a salutarli con un inchino, se non voleva subire delle violenze.
Un giorno una graziosa e gentile ragazza camminava con una brocca in mano per andare ad attingere l’acqua alla fonte. Il tragitto che compiva ogni mattina era molto lungo, ma era l’unica della sua famiglia in grado di farlo perché la madre era morta da poco tempo e il padre lavorava per sfamare la famiglia numerosa. Quel giorno, mentre percorreva una piccola viuzza accanto al palazzo del console, vide un carro che le si avvicinava. Ad un tratto il carro si fermò e tutti i passanti si inchinarono per il saluto ma, proprio mentre anche la dolce fanciulla stava per rivolgere la sua deferenza al nobile, un mendicante che passava per di lì la spinse così forte da farle cadere a terra la brocca che teneva in mano, riducendola in mille pezzi. La ragazza divenne allora molto triste perché non avrebbe più potuto portare l’acqua ai fratellini, né oggi né i giorni venturi visto che, per comprare una nuova brocca, sarebbe stato necessario un mese di lavoro. La fanciulla, in lacrime, provava tristezza e rabbia verso il mendicante che l’aveva spinta e non sapeva ancora cosa la sorte le avrebbe riservato. Il console, dopo avere sentito il rumore provocato dalla brocca e vedendo che la fanciulla non rivolgeva a lui l’inchino, si adirò tantissimo per la mancanza di rispetto riservatogli e ordinò immediatamente che i due trasgressori fossero arrestati e sbattuti in cella. Alcuni soldati inseguirono il mendicante e, nel frattempo, gli altri militari rimasti a difesa del console, sollevarono di forza la dolce fanciulla e la portarono, in catene, in galera.
Lì, la ragazza rimase due giorni e due notti senza vedere nessuno, quando ad un certo punto si aprì la porta della cella. Un soldato la costrinse ad alzarsi in piedi e la portò fuori dalla prigione. Dopo aver camminato un po’ sotto il sole, le comparve davanti agli occhi un enorme palazzo. Era la residenza del console, e subito le ritornò in mente l’incidente; l’angoscia le rapì i sensi. Inoltre, per la paura di non vedere più la sua famiglia, stava quasi per svenire ma il soldato la distolse dai suoi pensieri e la spinse dentro il portone d’ingresso del palazzo.
Era una residenza enorme piena di divani, cuscini, lunghe tavolate imbandite di cibo squisito e affollata da un gran numero di commensali che parlottavano tra un boccone e l’altro. La ragazza fu condotta nelle stanze private del console attraverso la sala da pranzo, dove gli invitati al banchetto la insultarono e le toccarono il candido corpo coperto da un sacco di tela marrone.
Arrivò davanti a dieci uomini che non appena la videro dissero: «Questa è mia!»
Il figlio del console iniziò a dire: «Ragazzi, basta! Non voglio succeda un putiferio come la settimana scorsa. Questa ce la giochiamo con una sfida, e chi vince se la tiene per tutta la notte. Chi sarà il più veloce a bere tre coppe di vino se l’aggiudicherà.»
Tutti gli amici acconsentirono e iniziarono a tracannare un bicchiere dopo l’altro; chi vinse la sfida fu proprio chi la propose: il figlio del console.
Lui disse: «Ragazzi, vi facevo più veloci per la brama di possederla.»
Mentre gli altri, adirati, iniziarono a protestare, lui ordinò ai soldati di sciogliere le catene alla fanciulla e la attirò verso di sé.
«Come ti chiami?» le chiese.
Lei, dalla collera che provava dentro sé, gli sputò in faccia.
Prontamente il giovane le disse: «Ragazzina, meriteresti mille frustate per quello che hai fatto, però non voglio deturpare il tuo corpo, mi serve liscio e sensuale per questa notte. Ma ora andiamo, basta indugi! Seguimi nelle mie stanze.»
La ragazza non voleva seguirlo però, se non l’avesse fatto, probabilmente l’avrebbero ammazzata di botte e i suoi fratellini non l’avrebbero più rivista.
L’uomo le ordinò di spogliarsi e lei, tremante per la rabbia e la vergogna, si tolse la veste mentre lui le si avvicinava brutalmente. Tutto ad un tratto si arrestò e la guardò dritta negli occhi; per un momento lei credette che provasse pietà nei suoi confronti. Poi, con l’indice, la toccò sotto il mento e le chiese: «Tu, bella giovinetta, come ti chiami?»
Con una vocina flebile e impaurita rispose: «Mi chiamo Lidia.»
La guardò nuovamente negli occhi e rimase immobile, in silenzio per qualche istante, e poi le ordinò: «Vattene! Non voglio nemmeno che tu ti spogli mi sono sbagliato, non sei per nulla una bella ragazza. Ritornatene a mendicare per le strade da dove sei venuta e non farti vedere mai più.»
Lidia iniziò a correre più forte che poté, passò di nuovo davanti alle tavole imbandite e ai soldati, e uscì dal palazzo. Il figlio del console, una volta rimasto solo, si sedette sul suo giaciglio ripetendosi: «Perché mi sono bloccato? Ma cosa mi sta succedendo?»
Per un attimo l’immagine degli occhi e dei capelli della ragazza gli tornarono in mente e sentì nascere nel suo cuore un nuovo, inaspettato, sentimento d’affetto per la giovane.
Allora, per cercare di scacciare quel pensiero, si alzò con impeto e dopo aver assunto una postura fiera e decisa si diresse verso l’uscita per tornare dai suoi amici.
«Ehi, Aurelio, che è successo? La popolana non ti soddisfaceva?»
«Era una storpia, non ho mai visto uno scempio del genere, una bestia era più sensuale di quella racchia» rispose lui.
Così mise a tacere la curiosità dei suoi amici, ma dentro sé non riuscì a smorzare l’inquietudine, nonostante tentasse di mascherarla in tutti i modi.
Lidia ritornò a casa più in fretta che poté e quando entrò trovò i fratellini abbracciati al padre che piangevano. Non appena la videro, urla di gioia invasero la casa, piccoli piedini saltellarono qua e là per la stanza e goffe manine riempirono di carezze il volto della sorella. La felicità era palpabile nell’aria e anche sul volto sempre rattristito del padre si vide una vena di esultanza.
«Cosa ti è successo? Dove sei stata? Chi hai visto?» chiedevano i fratellini tutti emozionati. Guardandoli teneramente lei rispose: «Mi sono persa andando a prendere l’acqua, poi è calata la notte e ho trovato rifugio in una stalla. La mattina seguente, finalmente, sono riuscita a trovare la strada ed eccomi di nuovo con voi. Però, ora, tutti a sistemare; immagino che tutto sia sottosopra.» I fratellini con la testa bassa si allontanarono dalla sorella lasciando soli lei e il padre.
«Ti hanno fatto del male?» le chiese.
«No papà, sto bene, ma la brocca non ce l’ho più.»
«Pazienza, cara figliola, prendi questi soldi e compra una brocca piccola intanto, quando potremo ne comprerai una grande come quella di prima.»
Lei rispose «grazie papà» poi entrambi ritornarono alle proprie faccende.
Il giorno seguente, Lidia uscì molto presto per andare a comperare una nuova brocca d’acqua. Arrivata davanti al negozio del vasaio, proprio nel momento in cui stava per entrare, sentì qualcuno cingerle la vita e metterle una mano davanti alla bocca, in modo che non potesse gridare. Un tizio con il volto coperto da un elmo la condusse dietro la bottega e le consegnò una brocca grande. Poi aggiunse: «Tieni, così potrai prendere più acqua.»
Lidia riconobbe subito lo sguardo del patrizio che ieri voleva abusare di lei.
«Non accetto questa brocca, è la brocca della vergogna e serve solo per ripulirti la coscienza.» Lasciò la caraffa per terra e sgattaiolò via, mentre Aurelio si chiedeva perché l’avesse lasciata andare senza fermarla.

Il giovane nobile tornò a casa e si rifugiò nella sua stanza. Non si sentiva come al solito e non sapeva perché avesse sempre in mente quella ragazza. Si sentiva una nullità e provava il desiderio di aprire il suo cuore alla fanciulla e farle conoscere chi era lui veramente. Non si era mai sentito rapito da una persona, e non credeva fosse possibile provare un sentimento così forte e ostile alla sua volontà. Questo sentimento gli impediva di stare lontano da quella fanciulla, e l’immagine di lei con quei soffici capelli biondi e quei dolcissimi occhi castani non lasciava liberi i suoi pensieri.
Si udirono dei passi e la porta sbatté violentemente.
«Aurelio! È ora di andare» disse Massimo, il suo migliore amico.
«Dove?» rispose lui.
«Ma non ti ricordi? Alle terme, abbiamo appuntamento con due pollastrelle.»
«Non vengo, non sto bene» rispose Aurelio.
Il suo amico aggiunse: «Ma che cavolo ti sta succedendo? Ieri ti sei lasciato sfuggire quel pezzo di ragazza, oggi non vuoi uscire, sei impazzito?»
«Vattene e lasciami solo» gli intimò.
«Sarà» si disse Massimo tra sé e sé e andò via.
Aurelio chiamò un soldato e gli ordinò di scoprire dove abitasse la ragazza di ieri sera.

Il mattino seguente Lidia si alzò molto presto per andare di nuovo dal vasaio e uscendo di casa vide una grande brocca posizionata davanti alla porta d’ingresso. Questa volta la prese e capì che in fondo, nell’anima di quel ragazzo, non c’era troppa cattiveria e iniziò a provare un sentimento per lui che andava oltre l’ammirazione per averle risparmiato la vita, e che si poteva chiamare amore. Non voleva ammetterlo a se stessa ma la delicatezza che si intravedeva dietro abitudini rozze e violente l’aveva piacevolmente colpita. Capì che il suo cuore era stato rubato da quel ragazzo ma, risolutamente, si ripeté che mai e poi mai avrebbe ceduto alle lusinghe di chi l’aveva imprigionata.

Aurelio si alzò al solito orario e come sempre gli si avvicinò Santippo, il servo al suo servizio da quando era nato.
Porgendogli la veste, gli disse: «Sembra preoccupato, mio signore»
«Ti sbagli» rispose seccamente Aurelio.
Santippo aggiunse: «Non sono vecchio per nulla, chiunque ella sia non se la lasci sfuggire, i suoi occhi parlano chiaro.»
Santippo stava uscendo dalla stanza con i panni sporchi in mano quando Aurelio gli chiese: «Se lasciassi perdere me ne pentirei?»
«Morireste dentro. Il rimorso sarebbe una carezza in confronto a quello che provereste se lasciasse sfuggire la donna che ama. Ricordi le parole di un povero vecchio.»
E se ne ritornò ai suoi lavori.
Aurelio cercò di non badare alle parole di Santippo e andò da suo padre che voleva riceverlo.
«Salve padre» disse
«Ho bisogno di te figliolo, la situazione è piuttosto grave. Le famiglie non pagano i tributi a causa della carestia che si sta abbattendo sulla città; le spese militari sono in continuo aumento e non riusciremo a farvi fronte se i tributi non verranno pagati. Devi andare da tutte le famiglie della città e obbligarle a tirare fuori i soldi che possiedono, a scapito delle loro vite. Entro domani notte dovrai aver raccolto tutti i soldi. Ti do il comando dei soldati che dovrai guidare casa per casa seguendo questa lista. Non deludermi figliolo.»
Aurelio si mise subito all’opera impartendo ordini. Era convinto che eseguire il lavoro lo potesse distogliere dalle sue preoccupazioni. I soldati percorsero tutta la città portando disperazione e dolore alle famiglie che già avevano la vita appesa al filo della speranza.
Aurelio di solito svolgeva con indifferenza queste incombenze, ma questa volta si sentiva partecipe del dolore di queste persone e vedeva nei loro occhi l’innocenza ingiustamente punita da chi usava la forza e il potere di cui era dotato sulle vittime più indifese. Si sentiva cambiato nel profondo dell’animo ma non poteva abbandonare la sua missione, sarebbe stato un grande affronto verso suo padre, oltre che un comportamento vile e ignobile che non apparteneva ad un soldato.
Erano già passati in gran parte delle case e restavano solo alcune catapecchie al di fuori dei confini della città dove risiedevano le famiglie più povere. Aurelio si rese conto che laggiù abitava Lidia.
Radunò i soldati e disse loro di andare in alcune abitazioni a prendere più soldi che potevano e che lui li avrebbe raggiunti più tardi, così avrebbe fatto a tempo ad andare a casa di Lidia.
Massimo gli si avvicinò e gli chiese: «Va tutto bene? Ti vedo strano da un paio di giorni.»
«Ti sbagli» rispose lui.
«Aurelio sei mio amico da sempre e ora mi dici che cavolo ti sta succedendo, io sono la tua spalla e ne va della tua pelle se non mi dici che diavolo ti sta passando per la testa.»
«La amo» disse Aurelio
«Cosa? Tu? Come è possibile… no… tu, noi, invincibili al dolore, alla morte e all’amore. Chi mai può averti stregato così?» passò qualche istante e Massimo capì.
«No! È la prigioniera dell’altra sera!»
«Non chiamarla così, Massimo.»
«Non te la tocco! Ma ricorda: un amico di sangue non si abbandona per la prima che si incontra.»
«Massimo, non sai nemmeno quel che dici.» Aurelio si voltò e il suo cavallo iniziò a galoppare verso la casa di Lidia.
Una volta arrivato, aprì la porta e vide sette bambini tremanti di paura stretti attorno a Lidia che cercava, inutilmente, di tranquillizzarli.
Aurelio, tutto d’un fiato, disse: «Devi andartene, i soldati arriveranno a momenti e se non troveranno i soldi ammazzeranno tuo padre di botte e porteranno via i tuoi fratelli.»
«Sempre tu, esci dalla mia casa!»
«Ascoltami» disse lui ma, non appena ebbe finito di parlare, in lontananza, si udirono i cavalli dei soldati galoppare verso di loro.
«Bambini restate qui, torno subito.»
Uscirono sul retro della casa e lei gli chiese: «Perché dovrei fidarmi di te?» Aurelio, imbarazzato, iniziò a dire: «Sei perfetta, non hai difetti…»
«Smettila di blaterare! Tra pochi attimi la mia famiglia potrebbe morire!» lei gli gridò.
«Lidia, io ti amo, e anche tu mi ami, lo dicono i tuoi occhi, e io sono qui per salvarti. Ascoltami, ti prego, se me lo permetterai salverò te e la tua famiglia.»
«Solo perché ne vale della vita dei miei cari» gli rispose.
«Ti amo» disse Aurelio ma lei non udì nemmeno le sue parole da quanto era preoccupata per la sua famiglia. Prese i primi stracci che le capitarono per le mani, diede un forte abbraccio ai fratellini e un bacio sulla fronte a suo padre che le disse: «Figlia mia, fa che quel soldato abbia cura di te.»
«Papà, ma cosa stai dicendo? Io tra pochi giorni sarò di nuovo qui.»
«Lidia, è giunto il momento che tu viva la tua vita, hai già fatto abbastanza per noi, il tuo cuore è nelle mani di quest’uomo ed è giusto che tu lo segua.»
«Voi mi mancherete.»
«Anche tu tesoro» disse il padre «ma non potrò mai essere così egoista da farti rinunciare alla felicità per stare con noi. Vai figlia mia.»
«Ti voglio bene, papà.»
Dopo queste parole, salì sul cavallo di Aurelio e insieme si diressero verso i soldati.
Lui esordì: «Niente soldi nemmeno qui. In cambio ho preso una fanciullina fresca fresca come ricompensa. Torniamo indietro, a palazzo.» Così, la famiglia di Lidia fu risparmiata.
Una volta arrivati, Aurelio la condusse nella sua stanza. Lei tremava dalla paura ma, allo stesso tempo, la sua presenza la confortava. Lui prese una veste nuova e gliela porse. Poi si avvicinò, la abbracciò, la fece distendere sul giaciglio, ed infine le chiese: «Sposami» ma lei non rispose perché si era addormentata tra le sue braccia. Mentre un soldato sorvegliava davanti alla porta affinché non entrasse nessuno, Aurelio si recò dal padre e gli riferì dell’operazione: «Duemila sesterzi raccolti, ventisei morti e quaranta arresti, padre.» Il genitore, orgogliosamente, gli rispose: «Ben fatto figlio mio, non mi deludi mai.» Ma Aurelio, dentro di sé, sapeva che proprio quello che desiderava più ardentemente l’avrebbe deluso come non si sarebbe mai immaginato. Però nulla lo poteva fermare ormai, era troppo innamorato di Lidia.
Lasciato solo il padre, Aurelio andò a cercare Massimo. Lo trovò fuori, nelle stalle, mentre stava sistemando il cavallo.
«Ti devo parlare» gli disse.
«Non capisco perché fai così.»
«Io la amo, i suoi occhi mi tolgono il respiro, la sua anima è pura e vera. C’è una dea dietro a quel corpo, c’è la perfezione che solo Giove conosce.»
«Non ti ho mai sentito parlare così, e se ti ascoltassi solamente, direi che sei impazzito, ma i tuoi occhi non sono mai stati così felici ed il tuo volto così deciso perciò, in nome della nostra amicizia, ti credo.»
Aurelio abbracciò Massimo e gli disse: «Compagno d’avventura e di vita, grazie per aver capito, addio.»
«Questo vuol dire che non ci rivedremo?»
«Massimo…» sospirò Aurelio, poi, non riuscendo ad aggiungere niente altro, si voltò e se ne andò. Queste furono le ultime parole di due grandi amici, uniti nel bene e nel male, che con la coscienza di due adulti tentarono inutilmente di soffocare il dolore del distacco.
Aurelio non aveva tempo per riflettere, iniziò a correre verso la sua stanza perché aveva paura che potesse succedere qualcosa a Lidia. Entrò e la vide che dormiva teneramente; le accarezzò il viso e lei si destò.
«Sposami» le chiese di nuovo.
«Sì» fu la sua risposta. Lui le toccò teneramente i capelli e poi la baciò sulle labbra. Lei non oppose resistenza e scostò le labbra solo per dirgli «Ti amo.»
Il matrimonio sarebbe avvenuto in gran segreto. Aurelio fece chiamare Santippo nella sua stanza. Il servo entrò e trovò l’innamorata del suo padrone spaventata e felice allo stesso tempo.
«Lui è Santippo, il mio servitore e fedele consigliere.»
«Sono qui per aiutarti, non temere.»
Aurelio aggiunse: «Noi vorremmo sposarci, è l’unico modo per stare insieme. Mio padre non potrà farle del male perché sarà la moglie di un console romano.»
Santippo rispose: «Tuo padre ti osteggerà in tutte le maniere, vedere suo figlio sposato con una plebea sarà per lui grande motivo di dolore. Ma per questo non ti devi fermare; da sempre ti ho detto che il cuore è l’unica voce da ascoltare.»
Santippo si avvicinò a Lidia, le diede una carezza e poi proseguì: «Ascoltate: tu, Aurelio, stanotte uscirai dalla tua stanza e ti recherai dal console. Gli dirai che è necessario che tu esca a fare un giro di perlustrazione per controllare che non ci siano ancora disordini. Tu Lidia, invece, verrai con me e, come prigioniera, potrai girare per il palazzo al mio fianco senza problemi, così ti condurrò all’uscita. Aurelio ti aspetterà, domattina, alla fonte dell’acqua dove ci sarà un funzionario di mia fiducia che vi sposerà.»
«Santippo, non saprò mai come sdebitarmi» disse Aurelio.
«Figliolo mio, la tua felicità vale più della mia stessa vita.»
Aurelio uscì a passo spedito per andare dal console. Santippo, guardando Lidia, continuò: «Tu hai una veste per la cerimonia?»
«No signore» rispose lei intimorita.
«Non ti preoccupare, ci penso io, seguimi.»
Santippo le legò le catene ai polsi ed uscirono dalla stanza. Camminarono per il palazzo senza dare nell’occhio ed entrarono in una stanza adibita a lavanderia dove il servo prese una veste bianca, pulita, e se la mise sottobraccio. Una volta usciti, un soldato si accorse di loro e li bloccò.
«Dove andate?» chiese loro.
«Alle prigioni» rispose Santippo
«Potete passare.»
Santippo condusse Lidia all’uscita della residenza, la salutò, le consegnò la veste e aggiunse: «Abbi cura del mio Aurelio, buona fortuna.»
Lei sgattaiolò via e iniziò a camminare in direzione della fonte, a sud- est della città. C’era il sole ed il solito chiasso per le strade. Mentre percorreva la strada provava un forte senso di colpa per aver abbandonato i fratellini e aver sconvolto la vita di Aurelio ma, ormai, non poteva più tirarsi indietro, il desiderio di stare con lui era troppo forte e questo egoismo che lei provava non poteva che essere amore. Poco prima di raggiungere la fonte si nascose in un angoletto dietro al muro di un’abitazione ed indossò il vestito.
Aurelio era appena sceso da cavallo e nervosamente si avvicinò alla fonte dove trovò il funzionario amico di Santippo e, mentre aspettava, si lasciò trasportare dai suoi pensieri. Il rischio che stava correndo era grande: andare contro tutto e tutti per amore. Lui non credeva nei sentimenti, ma si fidava del suo istinto, e il suo istinto non voleva altro che lei.
Lidia arrivò raggiante alla fonte e salutò gentilmente i presenti. I due innamorati si avvicinarono e il funzionario iniziò a celebrare: «Siamo qui riuniti nove giorni prima delle calende di settembre, all’ora settima, per unirvi in matrimonio.» Ad un tratto si sentì un rumore fortissimo ed in lontananza si vide una colata di lava scendere dalla montagna mentre un’enorme nube nera fuoriuscì dalla bocca del vulcano sovrastando l’intera città, il Vesuvio stava eruttando. L’aria si riempì subito delle ceneri e divenne irrespirabile. I due futuri sposi rimasero immobili e attoniti osservando le ceneri che cadevano dal cielo. Era uno spettacolo insolito che nascondeva un presagio funesto.
«Che succede?» chiese Lidia incuriosita.
«Amore, non ho mai visto una cosa del genere» disse Aurelio. Lei iniziò a tossire e poi disse «Mi manca il respiro, mi sembra di soffocare.»
«Vieni qui, abbracciami» le disse.
Nel frattempo anche il funzionario iniziò a tossire e ad Aurelio iniziò a mancare il respiro, ma il giovane cercò in tutti i modi di non darlo a vedere perché voleva infondere sicurezza a Lidia e proteggerla.
Con il passare del tempo, una coltre di fumo coprì sempre più la città. I primi a morire furono gli anziani, che si accasciarono a terra inermi, poi li seguirono i malati e i bambini. Chi ancora era in vita gridava cercando di attirare l’attenzione di qualcuno li potesse aiutare.
Anche Aurelio e Lidia faticavano a reggersi in piedi e lui, sottovoce, le disse: «Sposiamoci lo stesso.»
Lei gli rispose «A cosa serve? Ormai non c’è più nulla da fare, non vedi? Non riusciamo a respirare e non la smettiamo più di tossire.»
«Almeno avremo un attimo di felicità, l’unico vero attimo felice della nostra vita» disse Aurelio.
«Non voglio perderti» affermò disperata Lidia.
«Nemmeno io, ma questa è l’unica cosa che posso fare per cambiare il destino, altro non mi è possibile mia dolce amata.»
«Mi hai convinto, facciamolo.»
Aurelio si rivolse al funzionario, accasciato a terra in fin di vita, intimandogli di alzarsi. Questi si levò in piedi appoggiandosi alla fonte e iniziò a recitare di nuovo la formula: «Siamo qui riuniti nove giorni prima delle calende di settembre, alla settima ora, per unire in matrimonio il futuro console Aurelio e Lidia, cittadina di Pompei. Vuoi tu Aurelio prenderla in sposa?»
«Sì, lo voglio.»
«Vuoi tu Lidia prendere Aurelio come sposo, amarlo ed onorarlo finché morte non vi separi?»
«Sì, lo voglio.»
«Scambiatevi questi anelli come simbolo della vostra unione.»
Durante lo scambio degli anelli, la sposa pianse lacrime di emozione e di disperazione.
«Vi dichiaro marito e moglie» sentenziò il funzionario.
Lo sposo baciò la moglie, la prese in braccio, e si sedette con la schiena appoggiata alla fonte. Stringendola le sussurrò: «Nel momento in cui tutto sta per finire, noi ci siamo uniti per sempre. Il nostro attimo di felicità rimarrà perfetto ed intatto all’infinito, amore mio.»
Morirono ricoperti dalle ceneri, stretti uno all’altro, dopo aver coronato il loro sogno d’amore. Lidia e Aurelio vivono ancora laggiù e chiunque si rechi a trovarli trova il conforto alle proprie pene perché, grazie a loro, sa che anche nel dolore più totale si può vivere l’attimo più felice della vita.

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