DANKA di Annalisa Farinello

In Bulgaria, tra la tribù nomade a cui apparteneva, vigeva la regola che i figli si fanno sempre nascere e poi si possono rifiutare lasciando che la nonna, o chi di buona volontà si offrisse, provvedesse a loro con l’amore e le cura che la mamma naturale rifiutava.
Fu così che Danka, quando venne alla luce al settimo mese di gestazione, fu affidata alla nonnamaterna. Il mondo era tutto lì, nel carrozzone dove la giovane mamma l’aveva partorita e dove l’avrebbe lasciata subito dopo. La famiglia dove Danka cresceva era composta dalla nonna Viviane, da uno zio materno Ugo, la moglie Violeta e dalla figlia Norka che aveva solo pochi mesi più di lei. Crescevano insieme le due bimbe e l’affetto della nonna e dello zio compensava in parte il vuoto che Danka provava quando sua zia Violeta coccolava la piccola Norka.
Danka si dimostrò subito una bimba dall’intelligenza viva e dalla sensibilità profonda, bisognosa di affetto, riconoscente per quello che riceveva, un debito verso tutti che riteneva di dover pagare.
Le era impossibile provare rancore per la mamma che l’aveva rifiutata, immaginava intrighi fantasiosi che l’avevano costretta all’abbandono, e alla grande sofferenza che sicuramente lo aveva accompagnato. La cuginetta Norka era una bellissima bambina, i capelli color del grano maturo e morbidi boccoli le ricadevano sulle spalle, occhi azzurri sul visino da bambola. Danka, piccola e nera, al confronto della cugina sembrava un animaletto, capelli color dell’ebano lisci e lunghissimi, occhi antracite con pagliuzze che guizzavano come pesciolini dorati quando sorrideva ma che diventavano saette infuocate se subiva un rimprovero, una punizione non meritata. Non si ribellava, non si difendeva, ma i suoi occhi esprimevano bene quello che provava, un’orgogliosa sfida verso l’ingiustizia che le veniva fatta.
Iniziarono la scuola elementare e Danka entrò subito nelle simpatie della maestra per la sua voglia di imparare.
Mentre Norka arrancava con fatica tra libri e quaderni, Danka otteneva ottimi risultati senza grande sforzo ma moltissimo impegno.
Negli anni che seguirono i risultati scolastici delle due cuginette non lasciavano dubbi: Danka era portata naturalmente per lo studio, Norka al contrario preferiva scorrazzare per i campi invece di percorrere i quattro chilometri a piedi per raggiungere la scuola.
Forse per giustificare la figlia o per invidia dei risultati della nipote o semplicemente perché anche lei analfabeta, zia Violeta cercava di convincere la suocera e il marito dell’inutilità della scuola, la considerava una perdita di tempo, si lamentava di aver bisogno di aiuto nei lavori domestici e che niente di buono le bambine avrebbero ottenuto.
Così, quando Danka a dieci anni ebbe il menarca, cosa normale che la pubertà sia precoce tra i Rom, la zia, approfittando di questo momento che segnava il passaggio dall’età infantile a quella adulta, intesa come capacità di procreare, pretese di fatto l’abbandono della scuola.
Alle proteste di Danka la zia l’accusò che il suo interesse fosse unicamente per i ragazzi e non per la scuola, insinuando che intrattenesse con loro relazioni intime.
La verginità è molto importante, un valore assoluto per una ragazza Rom, e Danka si sentiva ferita e
umiliata dalle parole durissime che riceveva. Lo zio non prendeva posizione temeva la moglie e faceva il Ponzio Pilato per il quieto vivere.
Un giorno Danka, guardando nella posa sul fondo della tazzina dopo che la zia aveva bevuto il caffè
alla turca, senza esserne pienamente consapevole disse:
“Zia Violeta, tu andrai in ospedale entro sette giorni, avrai un’operazione alla pancia, starai molto male ma poi guarirai e starai bene.
Non ti devi preoccupare.” La zia andò su tutte le furie, buttò la tazzina per terra, picchio Danka riempiendola di insulti e tacciandola di volerle male e farle il malocchio. Disperata si rifugiò dalla nonna chiedendole di quale colpa si fosse macchiata.
La nonna disse a Danka che la capacità di leggere i fondi di caffè è un dono che hanno le persone speciali, nate in sette mesi come lei.
Dopo sette giorni zia Violeta fu ricoverata effettivamente di urgenza in ospedale per una peritonite, rischiò di morire e dopo una lunga convalescenza tornò alla vita di sempre. La zia non cambiò atteggiamento nei confronti della nipote, anche se spesso pretendeva che
leggesse nella tazza quello che poi puntualmente si avverava. Danka era contenta di soddisfarne le richieste non solo della zia ma dei tanti che ormai avevano saputo di questa sua capacità.
L’unica cosa che non sapeva fare era leggere nella sua di tazza, questo la rattristava perché l’incertezza del suo futuro la divorava.
Arrivò l’estate e con essa la notizia che insieme agli zii e a Norka si sarebbero recati in Italia, a Torino, dove una comunità Rom li avrebbe ospitati e dove si sarebbe celebrato il matrimonio della cugina.
Lo sposo aveva anch’esso 14 anni, nessuno dei due promessi si conosceva, ma questo poco importava. Il matrimonio era stato deciso da tempo tra le due famiglie, questa era la tradizione. Norka aveva da tempo accettato la volontà dei genitori, non si sarebbe mai sognata di opporsi a quello che riteneva suo dovere e si preparò al viaggio con l’incosciente entusiasmo della sua età.
Danka non voleva partire, disse alla nonna che aveva un brutto presentimento, aveva paura che da quel viaggio non sarebbe più ritornata.
“Non devi preoccuparti, sarà una bella festa, devi essere contenta per tua cugina, io devo restare, al
ritorno mi racconterai tutto, sei così attenta a quanto succede che sarà come se avessi partecipato anch’io.”
Danka non si sentì per nulla rassicurata, un’inquietudine che non sapeva spiegare la tormentava, il suo piccolo cuore era stretto in una morsa.
Per quanto si sforzasse di partecipare ai preparativi per il viaggio mostrandosi serena, i suoi occhi restavano tristi e pieni di lacrime.
Zia Violeta interpretò quella tristezza come invidia per la cugina che si sposava e non le risparmiò commenti cattivi, come dare per scontato che mai avrebbe trovato qualcuno disposta a sposarla perché era magra, brutta e sicuramente non più vergine.
Al momento della partenza i singhiozzi le scuotevano il petto, abbracciò la nonna con lo strazio di un addio.
Il viaggio durò parecchi giorni, si fermavano in altri insediamenti, e la carovana si allungava sempre più.
Tantissime le novità da vedere, da conoscere, luoghi e persone cominciarono ad avere il sopravvento sulla tristezza che la partenza le aveva suscitato.
Arrivarono a Torino in un tardo pomeriggio di agosto, faceva molto caldo erano stanchi, ma non ci fu il tempo per riposare, quella sera stessa si sarebbero riunite le famiglie e finalmente anche i promessi sposi si sarebbe conosciuti.
Intorno a un grande tavolo la cena servita in silenzio da sole donne, solo i familiari di Norka e di Steven, così si chiamava il nubendo, il campo prima così affollato e chiassoso era diventato improvvisamente silenzioso e deserto. Durante tutta la cena Danka non alzò mai gli occhi dalla tavola, si sentiva in grande imbarazzo tra  quella gente che non conosceva e poi sua cugina era bellissima, biondi capelli sciolti sulle spalle lasciate scoperte da una camicetta azzurra come i suoi occhi, una gonna anch’essa azzurra le arrivava alle caviglie.
Sulla camicetta e sulla gonna grossi papaveri e spighe di grano erano stati ricamati sapientemente, una principessa, pensò Danka, lei si sentiva brutta e insignificante al confronto e non spiccicò nemmeno una parola. Alla fine della cena, Steven si alzò in piedi e disse;
“E’ quella la ragazza che voglio sposare” indicando Danka. Silenzio di tomba, poi le urla di zia Violeta e il di pianto di Norka, Danka non riusciva a capire nulla, era la più sconvolta d tutti. Gli adulti allontanarono le due ragazze e restarono a discutere fino al mattino.
Per motivi diversi nessuna delle due riuscì a dormire, poi arrivò lo zio e disse a Danka:
“E’ deciso tu sposerai Steven, solo però se sei vergine.”
Ancora quel dubbio avevano su di lei, era stanca di quelle insinuazioni e per puntiglio disse di sì, così avrebbe avuto modo di chiudere la bocca una volta per tutte a quelle insinuazioni e dimostrare quanto bugiarda fosse zia Violeta. Aveva una paura folle, ma la rabbia era più forte così si lasciò preparare per le nozze dalle donne  addette a questa funzione. La fecero immergere in un mastello di legno pieno di acqua calda e fiori di gelsomino, le spalmarono il corpo con olio profumato, le lavarono i capelli, le tagliarono le unghie delle mani e
dei piedi colorandole di rosa, le ispezionarono il corpo minuziosamente per controllare che non avesse ferite in grado di sanguinare e simulare la deflorazione che doveva avvenire quella notte.
Frastornata, stordita, era lì ma non c’era.
Non era suo il corpo che stavano manipolando con mani esperte quelle donne zingare.
Quella notte avrebbe cambiato la sua vita, lei voleva fermamente con orgoglio, con rabbia, per rivalsa contro la zia e contro tutti che il lenzuolo macchiato di sangue sventolasse al mattino dopo come una bandiera, come la prova di quanto erano state immeritate le insinuazioni e le cattiverie che aveva sopportato. Tutti avrebbero capito, l’avrebbero rispettata, la sua dignità avrebbero trionfato.
Il vestito bianco, il lungo velo e i fiori di gelsomino intrecciati tra i capelli che arrivavano alla vita, il bianco quasi abbagliante sulla pelle olivastra e il nero corvino dei capelli, quando uscì dalla roulotte un lungo applauso la accolse, poi due ragazzi come guardie del corpo la scortarono fino alla tavola degli sposi e dei familiari, gli altri ospiti, più di duecento, presero posto in lunghe tavolate e iniziò il banchetto.
Un fazzoletto colorato sulla spalla dei maschi, segno che erano ospiti graditi, lunghe, ampie gonne e camicette colorate per le donne di qualsiasi età anch’esse con fiori tra i capelli, solo per la sposa fiori bianchi. Il pranzo, intervallato da musica e balli, durò fino al calar della notte.
Per Danka non c’era stato spazio per pensare, era stata al centro di un’attenzione mai avuta e forse per questo aveva fissato tanti fotogrammi, quasi un caleidoscopio di colori di suoni e odori, senza riuscire a legarli tra di loro, ubriaca senza aver bevuto la sua mente stava incamerando come una telecamera che un operatore distratto avesse dimenticato accesa.
Lo sposo si era allontanato e la stava aspettando sulla porta della roulotte che sarebbe diventata la sua casa, teneva le braccia alzate a mo’ di arco e suo zio che la accompagnava la fece passare sotto quello che simbolicamente doveva rappresentare l’ingresso verso la vita da donna sposata, da moglie.
Nella roulotte orano soli, si guardarono e ognuno lesse negli occhi dell’altro la stessa timidezza, la stessa paura, la stessa innocenza.
Avevano entrambi quattordici anni.
Fuori si sentivano le voci dei parenti e degli anziani, riuniti intorno alla roulotte ad aspettare, aspettare che fosse consumato il matrimonio e che la prova fosse esibita. Steven si fece coraggio, fece sedere Danka ai bordi del letto, le sollevò il vestito mentre il cuore di Danka voleva schizzare fuori dal petto, lei chiuse li occhi e aspettò…
Steven le tolse il velo, le scarpe, le calze e cominciò a sfilarle il vestito, piano piano con delicatezza. Sempre con gli occhi chiusi Danka sentiva le mani un po’ sudate di Steven, tremavano mentre sollevava la sottoveste sopra la sua testa.
Ora restava solo la biancheria intima, lo slippino di pizzo e il reggiseno, poi più nulla, mio Dio, pensò.
Il suo corpo era nudo, la gola secca e l’attesa…
“Come sei bella!” Disse Steven e Danka aprì gli occhi, colse nello sguardo di lui ammirazione e tenerezza mentre con piccoli, teneri baci le sfiorava il ventre e il seno.
Era certa, sarebbe stata felice con Steven, il destino aveva tessuto la trama, sua cugina Norka che doveva essere la sposa era stata solo un mezzo. Sapeva anche che non sarebbe più tornata in Bulgaria, come aveva letto nei fondi di caffè nella tazza della nonna.
Anche Steven si spogliò, giovane eccitato ma inesperto, anche per lui la prima volta.
I loro corpi nudi entrambi desiderosi e timorosi di conoscersi, di toccarsi, di baciarsi come fanno gli adulti.
Come entrare nell’intimità unica e irripetibile di quei momenti quando si percepiva la presenza silenziosa e attenta dei parenti che aspettavano impazienti la prova dell’atto consumato e della verginità deflorata? La natura con le sue leggi che sfuggono alla ragione li portò in un’isola lontana, soli con le loro emozioni, dove il tempo perse valore, dove paura e desiderio magicamente si fusero.
Al mattino, al sorgere del sole, Steven uscì sventolando il lenzuolo come il vessillo di un conquistatore, lo fissò tra le due finestre perché tutti lo potessero vedere.
Un applauso e un’esplosione di grida, di urla, suonatori di fisarmonica e violino intonarono antiche melodie zingare, il campo improvvisamente era desto.
Danka, sulla porta della roulotte, sorrideva, riflessi d’oro nei suoi occhi stanchi, tutti gli invitati donne e uomini in fila ordinata l’avrebbero abbracciata, lì sulla soglia della sua nuova casa, l’omaggio che spettava alla giovanissima sposa.
Anche sua zia Violeta non poteva sottrarsi.

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