Claudio Bolle

Claudio Bolle è  nato e ha sempre vissuto a Vicenza, dove ha lavorato ai massimi livelli nelle aree ammistrative e del personale, con qualche puntata nel settore informatico, prima di mettersi in proprio come consulente. Si è messo a scrivere senza pretese, perchè gli andava di mettere giù una storia che gli frullava in testa da parecchio tempo. Il risultato gli è piaciuto, tanto che ha deciso di continuarla e di sottoporre questa prima parte al giudizio del pubblico.

Buongiorno Claudio e grazie di aver accettato di dedicarci del tempo. Per iniziare, ci parli un po’ di lei. Cosa fa nella vita e come è nata la sua voglia di scrivere?

Diciamo che adesso faccio lo scrittore. Ero arrivato già a meno di trent’anni a ricoprire ruoli importanti in note aziende della provincia. Stendiamo un velo sul presente, fortunatamente non ho problemi economici. Quanto alla mia voglia di scrivere, ho sempre avuto inclinazioni artistiche, stavolta invece più che un’idea da trasformare in musica era un’idea che chiedeva di essere messa per iscritto. Mi tormentava quasi.

E invece la sua propensione al genere avventura e fantascienza?

Ho sempre letto molto fin da bambino, credo di avere ancora dei libri di Kipling passatimi da dei miei cugini più grandi. La passione per la fantascienza è nata intorno ai tredici anni, da un romanzo vagamente sociologico di Robert Silverberg, con protagonista un ragazzino. Un Urania che mio papà aveva trovato in treno e che mi ha esortato a leggere. Ce l’ho ancora, assieme ad un altro paio di migliaia. Trovo che il genere sia ampiamente sottovalutato, in particolare in Italia.

L’impero d’acciaio – Il fiume si divide è il suo primo romanzo. Ce ne vuole parlare?

Non è altro che l’idea di cui parlavo prima, sviluppata in modo organico. Poi i protagonisti e le situazioni, che sembravano agire e crearsi da sole, rispettivamente, lo hanno fatto diventare qualcosa di diverso dall’idea iniziale. Buona parte l’ho scritta come se stessi facendo un a solo di chitarra, avendo cioè chiara la sensazione che volevo trasmettere, ma non come. Se non pensiamo alla premessa, di natura fantascientifica, è a tutti gli effetti un romanzo storico: la descrizione di personaggi, eventi e luoghi è stata fatta con cura estrema, consultando più fonti. La lettura può essere interessante anche per approfondire le proprie nozioni storiche, spesso confuse tra i vari periodi, non dimentichiamo che il solo Impero copre un arco di oltre quattrocento anni. Ad esempio i Pretoriani, conosciuti per lo più come sgherri feroci, allora erano un efficiente corpo militare e di intelligence, nulla più. La loro pessima fama sarebbe iniziata pochi anni dopo. Il 22 AD o CE, come preferisco dire nel mio libro, non è stato scelto a caso.

I personaggi: ingegneri, un’insegnante, soldati americani della Seconda Guerra Mondiale, un imperatore e la popolazione dell’Antica Roma. Tutti insieme. Sembrano tanti, ma in realtà non è così. Si è ispirato a qualcuno per crearli?

Per l’ingegnere, ad un mio caro ex collega, solo in parte però, non era certo trasgressivo come lui. Gli somiglia anche fisicamente. Per le due donne a nessuna in particolare, ma ho dato a Mara la mia impulsività. Cesare ha molto di me: stessi studi, stesse passioni, ereditate dal padre, che sono sempre io, stesse manie, stessi camerateschi punzecchiamenti con il collega ingegnere. Me stesso con qualche differenza, insomma I tre soldati, non li ho approfonditi molto in questo primo libro: tre bravi ragazzi, utili per l’inizio della storia, che emergeranno in seguito, come Druso, il figlio dell’imperatore, che ha un ruolo centrale ma, per ora, passivo. Tiberio, invece, è una figura storica molto interessante. Spesso bistrattato, a ragione, considerata la seconda parte del suo regno, a torto, se guardiamo solo alla prima. I nostri arrivano sul confine tra i due periodi, come dicevo, non a caso. Un intellettuale, attivo al circolo di Mecenate, che scriveva poesie, un generale che ha saputo porre rimedio alle conseguenze della disfatta di Teutoburgo, ad opera di un traditore germanico, a cui i suoi compatrioti hanno addirittura dedicato un monumento: un monumento a un traditore, la dice lunga su un popolo. Un uomo che amava profondamente la moglie, che fu costretto a lasciare e che, stanco degli intrighi di palazzo, si auto esiliò a Rodi e  che rifiutò più volte la nomina a imperatore. Una persona che, anche da imperatore, dimostrò una modestia encomiabile, unita ad una sagacia che possiamo trovare documentata da molti storici. Una figura storica che dovrebbe essere di esempio a molti politici. Un personaggio assolutamente centrale, che assume il ruolo di guida e… basta, altrimenti rivelo troppo.

Cosa le hanno insegnato e perché?

Sinceramente, non molto. Ho messo nei quattro il mio modo un po’ goliardico di affrontare le cose, anche le più impegnative e apparentemente terribili. Se il mondo crolla, fermiamoci un momento a raccogliere le idee, non mettiamoci a correre da tutte le parti come galline spaventate. Eventualmente, facciamoci un po’ di lato, intanto pensiamo a come volgere gli eventi a nostro vantaggio, senza prenderci troppo sul serio.

Diamo un’occhiata al titolo. L’impero d’acciaio – Il fiume si divide. Ce lo vuole illustrare?

Volentieri, ma i titoli sono sempre stati il mio cruccio. “L’impero d’acciaio” non mi è uscito subito, volevo richiamare l’impero romano e la forza dell’acciaio, fondamentale per ogni progresso tecnologico. E naturalmente militare. A quel tempo, da una parte c’era la civiltà: Roma, e dall’altra i barbari, non c’era posto per il politically correct, la politica estera si faceva principalmente con l’acciaio delle spade. Poi il richiamo al titolo italiano di un romanzo del grande Isaac Asimov, “Abissi d’acciaio”. Un titolo che mi è sempre piaciuto, più indovinato ed evocativo di quello originale, “Caves of steel”. Questo il titolo della trilogia e della serie. Per il primo romanzo, lo spiego ad un certo punto della storia. “Il Fiume si divide” rappresenta il grande fiume del tempo, che prende due direzioni diverse e parallele nel momento in cui i nostri arrivano nel 22 CE. Alcune teorie dicono che addirittura sarebbe sufficiente il cambio di massa per provocare questa divaricazione, loro faranno molto di più.

Qual è il messaggio che vuole inviare ai lettori?

Che con coraggio e determinazione, uniti alla conoscenza dei propri limiti, si può affrontare qualsiasi sfida. Non serve essere sempre maniacalmente concentrati, bisogna anche trovare il tempo e il modo di divertirsi e di vedere il lato positivo delle cose. Perciò non mancano episodi divertenti e i protagonisti sono spesso ironici, oltre che piuttosto goderecci e trasgressivi.

La soddisfazione più grande che ha ricevuto dopo la pubblicazione del libro?

Credo l’orgoglio e l’apprezzamento di mia figlia, sempre molto critica nei miei confronti, siamo troppo uguali. Inoltre è un’accanita lettrice, che spazia in molti generi, quindi l’apprezzamento dovrebbe essere abbastanza obiettivo. Spero. E ovviamente l’offerta di pubblicazione gratuita, di questi tempi non è poca cosa vedersi offrire qualcosa. Vuol dire che qualcuno del mestiere, magari poco, ma ci crede.

Progetti per il futuro?

Scrivere mi piace, sto trascurando altre occupazioni, ne sento il bisogno, pur se mi sento meno libero in quello che scrivo, dovendo tenere in considerazione il gradimento esterno. La seconda parte, “L’Accademia degli Dei” è già pronta, sono quasi in fase di editing e la terza, che per ora si chiama “Il segreto di Vesta” è quasi definitiva per la prima parte e sono a buon punto con la seconda. Sto meditando di fare un finale particolare, che mi consentirà di proseguire la serie, forse addirittura con due ramificazioni. Vedremo, le idee sono tante.

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2 commenti a Claudio Bolle

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