Il grande sonno di Raymond Chandler

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Recensione

Prima lettura hard boild con un classico dell’hard boild, uno dei padri, uno dei maestri indiscussi di questo genere che ha gettato le basi del moderno thriller: Raymond Chandler. Siamo nell’ambito della letteratura americana, anni ’30 – ’40, una delle tante declinazioni assunte dal poliziesco, e subito mi sono ritrovata a immaginare un’atmosfera in bianoc e nero, con personaggi unici ma dalle tinte fosche e compassate, caratterizzati da dialoghi accattivanti ma palesemente costruiti ad hoc, battute tese a “far colpo”, destare stupore e attirare l’attenzione. Potrebbe sembrare un difetto, invece in questo contesto risulta molto affascinante, molto retrò. Con il detective Marlow, l’autore ci regala un personaggio rigido ma multisfaccettato, ironico, irriverente, che non prende mai nulla e nessuno sul serio, compreso se stesso; a volte fastidioso e irritante, altre divertente e brillante. Mi chiedo perché non sia “nell’Olimpo” dei detective letterari insieme ai suoi colleghi più celebri, come Poirot, Holmes o Maigret. Questo sì che è un mistero perché, credetemi, merita assolutamente di esserci. Per “grande sonno” si intende ovviamente la morte, l’unica cosa in grado di mettere un punto fermo, di placare il dolore e ogni tipo di sentimento o situazione; ma si intende anche l’oblio conoscitivo, il nascondere una spiacevole, orribile verità a chi non la può sopportare o non merita, in senso positivo, di conoscerla. E seppur lo si faccia per una buona causa, rimane comunque un occultamento, un’azione che mai, il personaggio in questione, proprio per il ruolo che ricopre, dovrebbe compiere. Accettando questa sorta di compromesso tra bene e male, legge e criminalità, Marlow si pone su un confine, cammina sul sottile filo che separa il suo “essere un umano” compassionevole e il suo “essere un uomo di legge” tutto d’un pezzo, senza se e senza ma. Marlow è questo: è l’ago della bilancia della coscienza a cui, forse, deve rispondere prima che alla legge. Non ho mai visto il film tratto dal libro e non so se lo vedrò, tuttavia il romanzo è stato un incontro positivo per me. Certo, bisogna andare un po’ oltre la rigidità dei dialoghi e la discontinuità del ritmo narrativo che alterna momenti di pura adrenalina a lunghe pause riflessive e descrittive.

 

 

 

Trama

È sempre l’ultimo incarico, per Philip Marlowe. Ma quello che gli abbiamo affidato stavolta, forse, è il più delicato. Sì, perché deve prendere tutto il décor e tutti i ferri del suo mestiere – le palme e il ven­to caldo di Los Angeles, la penombra mi­nacciosa di interni sfarzosi e lo sfarfallio dell’acqua nelle piscine, il crepitio delle pistole e quello ancora più letale dei la­mé –, aggiungerci il suo fuori campo in­ confondibile, e rimetterli al posto delle storie spesso ovvie raccontate da migliaia di suoi epigoni, in quell’universo narrati­vo opaco cui è stato attribuito d’ufficio un nome che non gli apparteneva: il noir. Sì, stavolta Marlowe deve riportare le lancet­te all’anno in cui tutto è cominciato, il 1939, e al luogo da cui tutto il resto ha trat­to origine: questo romanzo. E per fortuna tutto fa pensare che ci riuscirà – o che fal­lirà magnificamente, come solo lui avreb­be potuto.

 

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