La vita prima dell’uomo di Margaret Atwood

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Per apprezzare veramente questo libro bisogna avere pazienza. Superare la prima parte, lenta e riflessiva, e giungere infine alla seconda parte del romanzo, dove la trama acquista un altro ritmo e spessore, diventando un sottile e tagliente gioco fatto di mosse e contromosse emotive, di comportamenti in bilico tra la ripicca, il risentimento, il pentimento e quel gusto sadico e crudele di sbattere in faccia all’altro la propria presunta superiorità, il proprio personale convincimento di “essere migliore”. Non posso nascondere di aver faticato a leggerlo, eppure allo stesso tempo ne ero attratta, proprio dal contesto psicologico creato costruito minuziosamente dall’autrice. Elizabeth e Nate sono una coppia, due righe parallele destinate a non incontrarsi mai, ma a ben guardare in realtà sono i due lati di un quadrilatero in cui gli altri due, invece di essere nettamente tracciati, sono solo abbozzati, immaginati, come quando a scuola l’insegnante di geometria fa disegnare i lati nascosti dei poligoni solidi con delle righe tratteggiate. Un lato si chiama Chris, ed è morto, l’altro si chiama Lesje, è viva e sembra quasi esistere per dare la giusta spinta egoistica a Nate e a Elizabeth. Chris e Lesje sono il sasso che increspa le placide acque della loro ormai collaudata normalità, la causa della rottura degli argini che tengono al sicuro gli equilibri del romanzo di Margaret Atwood, La vita prima dell’uomo (Ponte alle Grazie, pp. 431). Fin da subito non ho nutrito gran simpatia per Elizabeth: egoista, subdola, manipolatoria, un’arrogante a cui piace, con modi gentili e freddi, mettere in soggezione e difficoltà chi reputa più debole o “inferiore”. Perennemente insoddisfatta, perennemente alla ricerca di amanti di cui poi si stanca, come una sorta di moderna Madame Bovary che riversa le sue frustrazioni sugli altri. È vero, ha avuto un passato difficile, con dei genitori che l’hanno abbandonata e una zia che la vessava continuamente, ma questo può essere una valida giustificazione per i suoi comportamenti? E poi c’è Nate, il padre delle sue figlie, il suo ex che fatica a lasciare andare pur non volendolo più, all’apparenza, per lo meno. Un uomo incapace di assumersi le sue responsabilità e di prendere decisioni, un po’ il contrario di Chris, egocentrico e vagamente stupido. Lesje è la perla del romanzo, una perla grezza nei suoi sentimenti, certo, ma pur sempre una perla che immagina la sua vita, come metodo di evasione dalla realtà, nel giurassico. Intelligente e insicura, si pone in conflitto con Elizabeth e si lascia divorare da questi due squali, Elizabeth e Nate, che incapaci di lasciarsi non sanno far altro che questo: annientare i loro amanti, illuderli e distruggerli, ma mentre uno sceglie di morire, l’altra sceglie la vita. Con o senza Nate. È senza dubbio un romanzo di riflessione, una lettura impegnata che non si può affrontare con leggerezza, occorre concentrazione per entrare nello spietato meccanismo avviato dalla Atwood in queste pagine. È un romanzo molto denso e finemente intricato. Non è nemmeno del tutto facile dare un giudizio, soprattutto riguardo quegli stralci di testo che sembrano così intimi e soggettivi. I quattro personaggi sono il nucleo fondante della storia e null’altro esiste, soltanto loro e la loro emotività.

Cinzia Ceriani

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