Due settimane in settembre di R. C. Sherriff

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Il libro delle vacanze. Il ritmo delle giornate, ma anche della scrittura, le atmosfere rilassate, quella comoda e rassicurante sensazione di sapere che tutto si svolgerà come previsto, che nulla turberà quei giorni di mare e relax. È un libro lento, da assaporare riga per riga, passo dopo passo. Un po’ come solo le vacanze sanno essere. Due settimane in settembre (Fazi Editore, pp. 352) è un romanzo del 1931 ed è ambientato nel West Sussex. È una scrittura, quella dello scrittore e sceneggiatore inglese Robert Cedric Sherriff, pacata, lineare, senza irruenze, che induce alla tranquillità e alla pacatezza. Vi è un’estrema attenzione ai dettagli, alle azioni, alle intenzioni e alla psicologia dei personaggi. Le descrizioni dei luoghi sono magistralmente costruite: il quartiere, il treno e il suo lento sferragliare, la pensione Vistamare, la spiaggia e il mare, i tramonti, le passeggiate e il tè. Così come i personaggi: bellissimo il ritratto che l’autore fa dell’anziana e sola vicina di casa, logorroica e bisognosa di compagnia che accudirà l’uccellino domestico nei giorni di vacanza, oppure quello di Dick, il mio preferito, un diciassettenne positivo, proiettato verso il futuro, in grado di sognare la sua vita e con in sé una grande voglia di emergere con le proprie forze. La protagonista della storia, infatti, è la famiglia Stevenson, una famiglia della medio-borghesia britannica che si prepara a trascorrere, e poi trascorrerà, l’ormai abituale vacanza annuale a Bagnor Regis, una tranquilla, quanto ormai assoggettata allo scorrere inesorabile del tempo e dei suoi cambiamenti, località sulla costa. E il tranquillo e sereno fluire delle pagine accompagna il lettore in un ulteriore viaggio emotivo che si dispiega fra i ricordi del passato, riflessioni sul futuro, scelte fatte, bilanci di vita più o meno oggettivi, aspettative e speranze di ogni singolo membro della famiglia. È facile perdersi un po’ in tutto quel riflettere, quel pensare, quel rimandare a. È un libro, infatti, in cui fondamentalmente non succede nulla di eccitante o particolarmente movimentato, ci sono solo dei brevi accenni che vengono subito smorzati. Eppure, nonostante questo, non è mai monotono. Il lettore è indotto a entrare nell’intimo del personaggio un pezzettino alla volta, con cautela e, mi verrebbe da dire, quasi con educata discrezione, in bilico tra il voler sapere, voler “curiosare”, e l’indecisione, il timore di conoscerne i pensieri più profondi. È una sensazione strana, molto british anche, quel certo “non so che” che si pone tra la distaccata cortesia e l’invito a creare un legame, a trovare punti di contatto. Ciò fa di questa lettura un’esperienza da fare in momenti di pace, in momenti in cui l’atmosfera del romanzo in un qualche modo possa rispecchiare anche la realtà del momento, lo stato d’animo di chi legge. O, semplicemente, per concedersi una coccola rincuorante, concedersi uno spazio di serenità e di pausa. Per ritrovarsi meglio fra queste pagine. Per comprendere appieno lo spirito del libro e ciò che vuole effettivamente trasmettere.

Cinzia Ceriani

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