La mia vita con Virginia di Leonard Woolf

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Recensione

Libro interessante, ma non quanto avrei voluto. Credevo, in queste pagine, di trovare molto, molto di più della Virginia privata, del suo rapporto coniugale, il suo carattere spesso scorbutico, la sua malattia, il suo rapporto, per l’epoca scandaloso, con Victoria Mary Sackville West, notoriamente conosciuta come l’amante di Virginia. Della malattia che affliggeva la scrittrice, in realtà, l’autore, il marito della Woolf, ne parla ampiamente evitando però le conseguenze di questa sul matrimonio, ma spiega solo come la malattia influenzava il lavoro della moglie. Infatti Leonard non approfondisce mai il legame sentimentale che lo legava alla scrittrice di Al faro, Una stanza tutta per sé e Orlando. Nel libro, semi-autobiografico, parla del loro lavoro, della loro scrittura, delle loro amicizie e delle loro conoscenze intellettuali, insomma dell’aspetto sociale della loro vita di coppia. Capisco che probabilmente questa è stata una scelta ben precisa, non era facile stare al fianco di Virginia e sono sicura che anche Leonard abbia sofferto parecchio, ma credo comunque che sia stato poco saggio tagliare fuori tutto l’aspetto familiare per privilegiare, ad esempio, pagine e pagine dedicate ai ricavi delle vendite dei libri di Virginia o della loro piccola casa editrice. Francamente, non è che mi interessi molto l’aspetto lucroso. A ogni modo, il ritratto di Virginia che emerge è quello di una donna fragile e insicura, in perenne ricerca di un equilibrio interiore che metta a tacere il suo imbarazzo, il suo senso di inadeguatezza interiore. Sotto certi versi era una donna debole con al fianco un uomo altrettanto debole che, forse, più che amarla la ammirava in quanto artista. Era una donna tormentata e che trovava la sua “misura” d’essere solo nello scrivere. Il libro è lungo, riflessivo e a tratti monotono (alcune pagine sui guadagni della scrittirice le ho saltate), eppure dal lessico ricercato e dalla sinossi finemente costruita. Forse alcuni elementi narrativi meritavano più spazio di altri.

 

 

 

Trama

Questo libro è la storia di un matrimonio narrata dal coniuge superstite, che con lo sguardo spregiudicato della vecchiaia ripercorre trent’anni di vita in comune. L’incontro, l’innamoramento, il primo affrontarsi di due identità molto diverse, e poi il fare comune, la tela di ragno dei giorni, le case, le cose, gli amici, i viaggi, l’esperienza di due guerre. Un matrimonio intessuto di fitti dialoghi e di silenzi, di contrasti e di complicità, quotidiano e tragico, concluso dal suicidio di lei. Forse lo si potrebbe leggere anche solo così, come un romanzo coniugale, se i due sposi non fossero, lei soprattutto, tra i protagonisti della cultura del ‘900; se la loro esistenza non fosse scandita dalla scrittura e dalla pubblicazione dei libri di lei, “Al faro”, “La signora Dalloway”, “Le onde”; se insieme non avessero avviato, a margine del loro lavoro di scrittori, una fortunata attività editoriale, la Hogarth Press, pubblicando T. S. Eliot, Katherine Mansfield, Freud, Gor’kij, Robert Graves e la stessa Virginia Woolf; se i loro amici non fossero stati J. M. Keynes, Lytton Strachey, Roger Fry, E. M. Forster: in breve, il leggendario gruppo di Bloomsbury. Il racconto di Leonard Woolf, con la sua «passione socratica per la verità» e la sua tenace volontà di «disseppellire i fatti», ha il potere di restituirci intatti il sapore di un’epoca e l’intimità di due grandi intellettuali.

 

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