L’uccello nero di Gunnar Gunnarsson

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Recensione

Considerato un grande classico della letteratura islandese (è stato pubblicato nel 1914), il precursore del noir di stampo nordico, questo libro è arrivato nelle mie mani  inaspettatamente, grazie a una mia cara amica che ha deciso di dividere con me il suo buono acquisto Feltrinelli (GRAZIE INFINITE). Da queste pagine traspaiono immediatamente due cose: tutta la “nordicità”, passatemi il termine, di personaggi e ambientazione (adoro), con i suoi fiordi, l’aria fredda e pungente, le acque ghiacciate del Mar del Nord, e tutta la “bigottaggine”, passatemi anche questo, e l’arretratezza del cattolicesimo di fine ‘800. Quell’ossessione per determinati tipi di comportamenti ritenuti idonei agli occhi del Signore, quel dispotismo che non ammette dialogo, non ammette margine di movimento. Il pressapochismo della giustizia, umana e divina, che a tutti i costi deve trovare la colpa, il responsabile dell’omicidio compiuto, anche con l’estorisone e in mancanza di prove certe, solo sostenuta, la colpa, da chiacchere di paese, pettegolezzi e supposizioni, dall’invidia e dalla cattiveria. Sentimenti deleteri che coinvolgono le persone in situazioni destinate a generare senso di colpa e rammarico per la crudele sorte toccata agli imputati. Due amanti, un uomo e una donna che si sono amati infrangendo i reciproci voti nuziali. Con una prosa estremamente limpida, chiara come le acque che circondano l’isola, Gunnarsson guida il lettore in un’oscura islanda abitata da pastori, allevatori e pescatori, persone umili che devono combattere ogni giorno per sopravvivere ai rigidi inverni, alle carestie, alle malattie e alle maldicenze popolari. Bella la figura del prete che apre e chiude il romanzo, ed è colui che innesca, basandosi sul pettegolezzo, la miccia della “giustizia”. Unica difficoltà sono i nomi dei personaggi. Alcuni sono di difficile pronincia,  mentre in altri casi, come succede per i russi, capita che ci siano due personaggi con lo stesso nome, ma una volta entrati nel loop della storia è uno scoglio che si supera facilmente.  Bello, bello, bello.

 

 

 

Trama

In un villaggio dell’Islanda del XIX secolo, la fattoria più isolata è abitata da due coppie con i loro figli: da una parte Bjarni con Guðrun, lui forte ed energico, lei malaticcia e lamentosa, dall’altra l’insignificante Jón con la bellissima Steinunn. Dopo l’improvvisa e misteriosa scomparsa di Jón, le voci di una relazione tra Bjarni e Steinunn si fanno più insistenti, e quando poco dopo anche Guðrun è trovata morta, i presunti adulteri vengono accusati di duplice omicidio. Testimone e narratore del processo è il giovane e inesperto cappellano di quella sperduta parrocchia, costretto ad assumersi la responsabilità pratica e spirituale della questione a causa dell’inerzia pilatesca del suo anziano superiore. Mentre gli interrogatori degli imputati e dei numerosi testimoni fanno emergere la drammatica inevitabilità degli eventi, il giovane cappellano vive un tormentato conflitto interiore, combattuto tra la necessità di dare conforto spirituale ai suoi parrocchiani e la ricerca di una verità che soddisfi la giustizia terrena, impersonata da un magistrato intransigente e spregiudicato. E proprio nel confronto dialettico tra il pastore e il rappresentante della legge si rivela la chiave del romanzo di Gunnarsson, una riflessione che indaga sul significato di colpa e di giustizia, di pentimento ed espiazione per arrivare a un senso profondo che coinvolge tutti, vittime e carnefici: «Ognuno di noi prima o poi, che lo voglia o no, si trasforma in torturatore e assassino. Tutti inchiodiamo alla croce il figlio di Dio! In noi stessi o nel nostro prossimo.»

 

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