La leggenda del santo bevitore – Fuga senza di Joseph Roth

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Recensione

Due dei romanzi simbolo di Roth sono storie brevi, concise, con una morale finale, a mio avviso, molto palese. Il messaggio che l’autore vuole trasmettere, per quanto diverso in ciascuna storia, è davvero molto chiaro e se vogliamo si può configurare come una sorta di filo conduttore che unisce i due racconti: il cambiamento/non-cambiamento, personale ne La leggenda del santo bevitore, e storico, politico e sociale in Fuga senza fine. Un cambiamento c’è, ci deve essere, è inevitabile, ma non è facile da accettare, o non lo si vuole accettare per diverse ragioni e quindi scatta il non-cambiamento. Fra le due storie ho di gran lunga preferito la Leggenda per il suo profondo significato emotivo e per certi versi spirituale. E’ una storia che mi ha fatto riflettere molto sulle nostre azioni, i nostri egoismi, il nostro modo di ragionare e di porci, così tipicamente e fallacemente umano, nei confronti di ciò che è giusto o sbagliato.

 

 

 

Trama

Il volume raccoglie due dei più importanti romanzi di Joseph Roth. Nella Leggenda del santo bevitore Andreas, un clochard, vive sotto i ponti di Parigi. Quando un misterioso passante gli dona una piccola somma di denaro, egli la accetta promettendo di restituirla la domenica successiva con un’offerta in chiesa. Ogni volta che ha in tasca il denaro sufficiente per saldare il suo debito, però, Andreas non resiste alla tentazione di usarlo per rincorrere vizi e piaceri e la restituzione di quei duecento franchi diventa la sua tormentata ragione di esistere. Da questo racconto, tradotto in tutto il mondo e considerato il testamento letterario di Roth, è tratto l’omonimo film di Ermanno Olmi. In Fuga senza fine, Franz Tunda, tenente dell’esercito austriaco, viene fatto prigioniero dai russi e riesce a salvarsi grazie all’aiuto di un mercante di pellicce siberiano, che lo nasconde in casa sua. A guerra finita, Franz, dopo molte peripezie e avventure sentimentali, ritorna finalmente in Austria, ma ormai non è più lo stesso. Metafora del disincanto e dello smarrimento che ha colpito la generazione vissuta in Europa tra le due guerre, questo breve e intenso romanzo è considerato il più autobiografico tra quelli di Roth.

 

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