La leggenda della rosa di Natale di Selma Lagerlof

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Recensione

A metà strada tra fiabe e racconti, questa piccola antologia mi ha fatto conoscere una bravissima autrice nordica che si avvale di una narrazione ricca e multisfaccettata, che fa un uso sapiente della parola, ma anche delle immagini. Personaggi e luoghi sono permeati di mistero e magia e sono descritti così bene che restano scolpiti nella mente del lettore per giorni. Racconto/fiaba protagonista è la stessa che dà il nome al volume e possiede un’incisiva potenza immaginifica. Ancor oggi, a distanza di un paio di settimane dalla mia lettura, ho ben presente in ogni minimo dettaglio il giardino natalizio all’interno della fredda e nevosa foresta. Un forte simbolo di luce, calore e speranza nel buio e nel gelo della lontana e aspra terra del Nord. Impossibile poi non citare altri affascinanti personaggi, come il violinista presuntuoso o l’imperatrice Maria e il suo tesoro nascosto. Racconti che hanno in sé la scoperta dell’animo umano, lo sondano nei suoi più profondi recessi. Ciò che conta, alla fine, è la redenzione, la fiducia in sé e negli altri, il coraggio di affrontare e superare le proprie paure e i pregiudizi. L’umiltà.

 

 

 

Trama

Una foresta innevata che si trasforma a Natale in un meraviglioso giardino, impervie montagne che rivelano miniere d’argento, schiere di anime perdute che penano tra i ghiacci eterni, accudite da una vecchietta abbandonata che non si rassegna alla solitudine: è la Svezia delle antiche fiabe che rivive in questi racconti di Selma Lagerlöf, quella dei miti e delle leggende, delle storie tramandate al lume di candela nelle lunghe notti nordiche. Ma come nei suoi grandi romanzi, lo sfondo fantastico serve a raccontare i desideri, le passioni, le grandi domande morali. La fede nella bellezza di un vecchio abate che fa nascere un fiore nel buio inverno del Nord, la giovane che perde il suo amore in mare e trova nei sogni come riportarlo in vita, il violinista presuntuoso che impara l’umiltà dalla musica di un ruscello. Dietro un’apparente semplicità emerge una sottile indagine dell’animo umano: non c’è mai un «vissero felici e contenti» nelle sue storie, ma il lieto fine è segnato da una redenzione, l’accettazione di un limite, il superamento di una paura, una ritrovata fiducia nella fantasia. E quasi sempre il «miracolo» avviene attraverso un racconto nel racconto, quell’inesauribile potere dell’immaginazione di far vedere la realtà con altri occhi o di ricrearla, di trasformare uno scrigno nascosto nel tesoro dell’imperatrice Maria Teresa, e di insegnare a re Gustavo come il valore degli uomini superi ogni ricchezza.

 

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