La tua vita e la mia di Majgull Axelsson

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Recensione

448 pagine e non sentirle. Questo è per me in assoluto il più bel libro Iperborea letto finora (ne ho in lista molti altri). Toccante e per certi versi doloroso, tratta di una pagina della storia e della società molto triste non solo per l’Islanda, luogo in cui il romanzo è ambientato, ma per tutta l’Europa della prima metà del ‘900: il trattamento sprezzante e crudele riservato fra le mura domestiche, in società e nelle strutture sanitarie ai soggetti patologici psichiatrici. Un disprezzo, un rifiuto che porta la protagonista, una donna ormai quasi anziana, al rimosro, a fare i conti con una sua personale coscienza antropomorfizata che non perde occasione per sottolineare la realtà davanti ai suoi occhi. Una famiglia difficile quella di Marit (e chi non ce l’ha?) resa ancora più ostica dalla cattiveria, dalla prepotenza, dall’indifferenza e dal giudizio, dalla tendenza a risolvere un problema facendo semplicemente sparire, letteralmente, l’origine del problema. Come un giocattolo rotto. Un pacchetto difettoso da rendere al mittente, senza se e senza ma, lasciandosi trascinare dall’inerzia della vita che, nonostante tutto, deve continuare e per fare ciò bisogna rilegare l’accaduto in un angolino della propria mente. Senza rimpianto. L’abbandono. Negli anni descritti nel romanzo, il riscatto della dignità dell’individuo malato, la sua emancipazione, è solo un lontano miraggio. A lui spetta solo solitudine e violenza. E’ una storia che si dimentica con difficoltà, un libro che quasi dispiace dover riporre una volta terminato, un romanzo su cui si potrebbe discutere per ore dei tanti risvolti psicologici dei personaggi, dei loro cambiamenti e piccole evoluzioni nel corso della trama. Di quanto la vita, a volte, possa essere ingiusta ma anche equa, se vogliamo, quasi ironica, se si immagina un parallelo tra la disabilità psichica del fratello maggiore di Marit, Lars, e la sorte toccata in età matura al fratello gemello di Marit, Jonas, che con loro è stato tutto fuorché un amorevole fratello. Si potrebbe dire il charma… forse.

 

 

 

Trama

Ex giornalista di successo e vedova solitaria nella sua amata Stoccolma, Märit si trova costretta a tornare a Norrköping, nella casa d’infanzia di cui non sente nostalgia, per festeggiare insieme al suo gemello Jonas il settantesimo compleanno. Un impulso irresistibile durante il viaggio in treno la spinge a scendere a Lund, dove non mette piede da cinquant’anni, e a cercare la tomba dei «malati» di Vipeholm, il grande manicomio in cui finì suo fratello maggiore Lars. Lars-lo-Svitato, lo Sgorbio, come lo chiamavano tutti: di colpo Märit non può più trattenere i ricordi e le domande rimaste senza risposta fin da quel tragico giorno in cui sua madre morì, quando lei era appena quattordicenne, e il fratellone che era sempre stato con loro venne fatto sparire. Perché Märit non riesce ancora a dimenticare, o addirittura a fingere che niente sia successo come tutti a casa hanno sempre fatto? Cosa accadde veramente in quel lontano 1962, quando lei entrò a Vipeholm e scoprì ciò che vi avveniva, domandandosi chi ne portava davvero la colpa, senza poter opporre altro che rabbia e vendetta al muro di solitudine che separava ogni membro della sua famiglia? Con il suo occhio clinico e ipersensibile alle sottili crepe nell’edificio della società svedese, e con la capacità di calarci nei percorsi ad alta tensione emotiva dei suoi personaggi, Majgull Axelsson indaga la fragilità dei legami famigliari in un Paese rigorosamente improntato all’emancipazione dell’individuo. E attraverso la ricerca di verità della sua protagonista affronta un tabù della socialdemocrazia scandinava, risalendo all’epoca della sua fioritura come modello di uguaglianza e solidarietà sociale per dare voce a coloro che ne furono tagliati fuori, privati perfino dei diritti umani.

 

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