Il mio nome era Anastasia di Ariel Lawhon

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Recensione

Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito parlare di Anna Anderson, la donna polacca che dal 1920 al 1984 ha sempre sostenuto, e lottato per difendere le sue convinzioni, di essere Anastasia Romanov, la quartogenita  figlia dell’ultimo imperatore di Russia Nicola II, trucidata, come poi si dimostrò, insieme a tutta la sua famiglia il 17 luglio 1918. Ovviamente Anna, affetta da disturbi mentali fin dalla tenera età, mentiva. In questo romanzo, molto sentito e coinvolgente, la figura di Anna e quella di Anastasia si sovrappongono, i loro contorni si sfumano e le loro voci si rincorrono tra passato e presente: tra la vita di corte distrutta dalla rivoluzione e la ricerca di amici e alleati che vogliono rivedere in Anna la Romanov di un tempo; tra una mattanza crudele e spietata e una vita fatta di ospedali psichiatrici e solitudine, una ricchezza vissuta di riflesso; tra la speranza e la voglia di mantenere in vita un glorioso passato e il desiderio di scoprire la verità. A metà tra la ricostruzione e la realtà storica, questo romanzo racconta con decisione, ma anche con delicatezza, la storia tormentata di due donne molto diverse tra loro ma unite da uno strano gioco del destino che, pur non facendole mai incontrare, ha permesso a una di entrare nella vita dell’altra, usurpandone l’identità. Anche la beffa, oltre al danno, per la povera Anastasia. Nel corso della narrazione, la voce delle due protagoniste si alternano in un continuo salto temporale, soprattutto nelle parti che riguardano Anna, persino di pochi mesi o giorni, un’altalena che oscilla costantemente, un avanti e indietro che a volte risulta un po’ snervante. Quanta pena si prova per Anastasia e le sue sorelle, quanti sogni di giovani donne, innocenti e del tutto estranee agli errori commessi dai sovrani, sono andati in frantumi.

Un punt di vista nuovo sulla tragedia dei Romanov. Consigliato.

 

 

Trama

«Molti hanno raccontato la mia storia. Adesso è il mio turno.» Era il 16 luglio del 1918 quando i tumulti che scuotono la Russia dopo la Rivoluzione d’Ottobre prendono forma in uno degli atti più violenti che la storia dell’impero ricordi: l’esecuzione a sangue freddo dell’intera famiglia dello zar Nicola II Romanov. Sua moglie e i suoi figli furono tutti freddati a colpi di fucile nei sotterranei della casa di Ekaterinburg dove erano agli arresti domiciliari. Nessuno sopravvisse, o almeno così si pensò.
È il 17 febbraio del 1920 quando una giovane donna viene ritrovata a Berlino, in un canale, vicina alla morte per assideramento. In ospedale, ormai salva, i medici scoprono che il suo corpo è ricoperto di orrende cicatrici. E quando finalmente la donna apre bocca, sarà per dire il proprio nome: Anastasia. In molti non le credono: per loro è solo Anna Anderson, una polacca emigrata in Germania, a cui interessa soltanto la fortuna della famiglia zarista. Ma in Europa comincia a diffondersi, tra reali in esilio e circoli dell’alta società, la voce che la giovane Anastasia sia sopravvissuta. Che la figlia più piccola dello zar Nicola II e della zarina Alessandra, la spericolata bambina che tutti amavano, sia ancora viva.
Tra speculazione, verità, inganni, Ariel Lawhon costruisce un romanzo ricco, sorprendente e prezioso come un uovo Fabergé, raccontandoci la storia incredibile di Anastasia Romanova e di Anna Anderson, la donna che sostenne sempre di essere la granduchessa russa, giocando in modo irresistibile con la Storia e i suoi misteri.

 

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