Recensione: Quasi innocente di Paolo Pinna Parpaglia

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Classificare un giallo, dare alla storia letta un giudizio non è mai facile per me. Il giallo, infatti, è uno di quei pochissimi generi letterari che, per quanto mi piacciano e li legga volentieri, fatico ad inquadrare e a dare un’opinione obiettiva. Premetto anche che i giallisti italiani non mi entusiasmano molto e sono davvero rari quelli che mi piacciono o che in un qualche modo mi colpiscono e non mi fanno arricciare il naso.
In Quasi innocente (Newton Compton Editori, pp. 378) dell’avvocato Parpaglia ho trovato tutti i gesti, la mentalità, l’omertà, i “sapori”, in senso lato, della Sardegna. Un elemento, questo, estremamente dettagliato e amalgamato talmente tanto nella storia raccontata che non solo mi ha aiutato ad immedesimarmi, ma è diventata quasi un personaggio, una condizione insostituibile della narrazione, senza la quale la trama avrebbe perso sostanza, privata delle sue fondamenta. Addirittura, sono pronta a sostenere che senza un’ambientazione sarda così preponderante e pregnante l’impianto narrante sarebbe risultato banale, scontato.
Collante tra ambientazione e narrazione nuda e cruda lo fa l’avvocato con uno spiccato senso per l’investigazione Antonella Demelas, arguta, furba e ferma nelle sue convinzioni. Mi è piaciuto molto il “tema portante” il killer che uccide le sue vittime tramite terzi, ovvero le mogli dei malcapitati.
Un po’ di confusione, invece, me l’ha creata quella sorta di indagine parallela che Antonella compie seguendo la pista di un diario redatto molti anni addietro da un bambino che vive la scomparsa della sorellina, mai trovata, e che, da brava lettrice qual è, trova e legge; ne analizza le parole, le frasi e ricostruisce i fatti così come crede che siano andati riuscendo persino a risalire a quello stesso bambino ormai diventato adulto. Le due vicende sembrano correre parallele per poi incontrarsi e mescolarsi. Il finale, infatti, pare chiaro, ma in realtà, riflettendoci, è vago e pur giungendo alla risoluzione del caso si ha l’impressione che nessuno paghi per le proprie colpe, compreso il killer. Se dovessi descrivere questo romanzo con un un’unica parola sarebbe sicuramente l’aggettivo “interessante”.

Cinzia Ceriani

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