Il rogo di Berlino di Helga Schneider

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Recensione

Duro, feroce, tagliente come l’affilata lama di un rasoio. Il rogo di Berlino racconta l’esperienza, l’infanza dell’autrice asserragliata tra l’abbandono della madre biologica (che ha preferito servire il Furer anziché crescere i prorpi figli), una matrigna che non l’ha mai accettata, internandola prima in un istituto correttivo e poi in collegio, e le bombe degli Alleati che nella primavera del ’45 misero a ferro e fuoco la capitale tedesca. L’orrore, la morte, la privazione, la fame, la sete e la paura costante furono i compagni di giochi di Helga. La mancanza dei genitori poi, il padre era al fronte, aggravava ancora di più la situazione già tragica. E’ un pugno nello stomaco questo libro, sia da un punto di vista umano che storico, mostra chiaramente come fra le vittime della folle ideologia nazista non ci fossero solo i deportati nei campi di sterminio e i soldati al fronte, ma anche i civili berlinesi. Berlino bruciava e la gente moriva: sotto le bombe, di inedia e malattia o per gli scempi dei russi. Una Berlino amata e odiata allo stesso tempo. Una città che è caduta e si è rialzata grazie a quegli stessi abitanti che non hanno ceduto, non hanno abbassato la testa né davanti a Hitler né davanti alle bombe. Loro non erano il nazismo, loro erano semplicemente persone, bambini, anziani.

Penso proprio che di quest’autrice leggerò altri libri.

 

 

Trama

Vienna, 1971. In un appartamento nel cuore della città una giovane donna sta per incontrare sua madre. Non si vedono da trent’anni. Helga era bambina quando, in una Berlino già sventrata dalle bombe, la madre aveva abbandonato il marito e i figli per entrare volontaria nelle SS. Ora, dopo pochi formali abbracci, la conduce verso un armadio dentro al quale è riposta una perfetta uniforme nazista. Sospira, nostalgica. E Helga scappa, corre per le scale, si allontana per sempre da lei e da quella implacabile fedeltà.
Passeranno altri vent’anni prima che Helga Schneider si decida a ripercorrere la sua infanzia. Ne è nato un libro diversamente implacabile, dove la memoria, anziché stendere un velo di pietà o di perdono, sembra liberare una rabbia troppo a lungo taciuta; un libro che ci fa rivivere i morsi della fame, la solitudine dei collegi, le angherie di una matrigna, la paura dei bombardamenti, la voce del Führer che echeggia nel bunker della Cancelleria, la lunga reclusione in una cantina: fino al giorno in cui i primi soldati russi avanzano in una Berlino ormai completamente distrutta.

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