I racconti della Kolyma di Varlam Salamov

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Recensione

Leggere i racconti di Salamov, benché si tratti di una piccola raccolta estrapolata da un’opera maggiore, è stata un’avventura. Un viaggio nel dolore e nel terrore che centinaia e centinaia di uomini, come l’autore stesso, hanno vissuto e provato nei campi di prigionia staliniani, esposti continuamente al freddo dell’estremo Nord, alle malattie, alla fame e alle angherie di guardie e prigionieri, di uno Stato, un governo che preferiva eliminare e isolare socialmente chi osava esprimere idee politiche diverse. Siamo negli anni ’30, Stalin è al potere e la popolazione russa è ridotta all’osso, al terrore e, per certi versi, all’assurdo. Un dramma, questo raccontato da Salamov, al pari dello sterminio degli ebrei ad opera dei tedeschi, ma a differenza di questo secondo, del primo non se ne parla mai. La storia dei lager siberiani resta sepolta sotto il ghiaccio dell’indifferenza sociale e politica, tutt’oggi. Mai che si ricordino le migliaia di vittime dei gulag e anche la letteratura, in questo caso, non è da meno, purtroppo. Salamov scrive in maniera semplice, diretta e concisa, un po’ come se avesse voluto far trasparire su carta la gelida vita e l’inospitale taiga che per diciassette anni è stata la sua casa; una scrittura veloce come molte delle sue conoscenze fra i prigionieri, morti prima che si avessero il tempo di stringere legami. Da leggere.

 

 

Trama

Questa antologia raccoglie parte degli ormai celebri Racconti della Kolyma di Varlam Šalamov, lo scrittore russo che ha descritto come nessun altro l’ultimo cerchio del Gulag staliniano: quell’immenso «Crematorio Bianco» che è la Kolyma, estremo Nord-est siberiano, immensa terra dell’oro e dei lager, dove lo scrittore ha vissuto diciassette anni come «nemico del popolo», condannato per «attività contro-rivoluzionaria trotskista». Il lettore troverà qui i fondamentali temi di Šalamov: l’inferno dei lager, segnato dallo sfruttamento estremo del lavoro, tipico del volontarismo staliniano; la ferocia; la solitudine; la disperazione; l’abbrutimento; la morte per fame, freddo, colpo alla nuca. Salvare la pelle alla Kolyma si può, ma solo di rado e per caso. Là crollano, prima del corpo, la mente e l’anima. A meno che non si sia capaci di resistere moralmente, di conservare dignità, memoria, parola. La prosa dello scrittore, con la sua frase essenziale, secca e rapida come deve essere «uno schiaffo allo stalinismo», è la sola in grado di rendere il senso e l’immagine di «quello che ogni uomo non dovrebbe vedere né sapere».

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