Recensione Il grande futuro di Giuseppe Catozzella

9788807031762_quarta Ci sono libri che, per svariati motivi, non riesci a sentire veramente tuoi. La loro lettura scivola via leggera, senza lasciare tracce importanti nella memoria. Ci sono libri che non apprezzi subito, ma ti prendono la testa e il cuore poco alla volta mentre, leggendo, ti addentri nella trama, godi delle descrizioni e fraternizzi con i personaggi. Ci sono libri, infine, verso i quali provi amore già dalle pagine iniziali e il loro fascino attrattivo ti conduce in viaggi esistenziali straordinariamente profondi. Il grande futuro, di Giuseppe Catozzella ( ed. Feltrinelli, pag. 261 ), appartiene senz’altro a quest’ultimo tipo.
Per Roberto Saviano “Il grande futuro” è “un romanzo scritto come leggenda, come una fiaba, ma ha la potenza che soltanto le storie vere possiedono”. L’autore, infatti, si è ispirato alla vicenda di un ex guerriero fondamentalista, che oggi si dedica a tenere i bambini del villaggio lontani dai conflitti.
Il Grande Boato ( lo scoppio di una mina ) danneggia il cuore del piccolo Alì, africano, figlio di servi. Per curarlo sarà utilizzata la valvola del cuore di una bambina. Kafir ( infedele, cioè cristiana ). Bianca. Così Alì si ritrova con un nuovo nome, Amal, che in arabo significa speranza, una lunga e spessa cicatrice sul petto e un cuore diviso, in quanto ospita un elemento nemico: “mi avevano messo dentro la guerra”. Da allora in poi, quasi come un novello Siddharta, Amal è preda di una disperata ricerca di unità e di significato, che lo porta a lasciare quel che resta della famiglia e le semplici gioie offerte dalla natura del villaggio dove è cresciuto, per addentrarsi nello studio del testo sacro islamico, presso la Grande Moschea del Deserto e, infine, abbracciare le armi nell’esercito dei Neri. Tante scoperte, tante traversie per Amal, ma solo quando trova il “pezzo” mancante del suo cuore e acquisisce la consapevolezza che tutti abbiamo diritto alla felicità, la sofferta divisione interna arriva finalmente a non dolere più.
Ci si affeziona ad Amal durante la narrazione, si tifa per lui, per le conquiste e i successi, grazie anche a una prosa breve, incisiva e asciutta. Pur essendo la sua vicenda ambientata in Africa e in un contesto musulmano, sotto certi aspetti è una storia in cui ci si può riconoscere: Amal ci fa capire che nessuno può lottare al posto nostro per la ricerca della verità e della felicità e che “ogni trasformazione avviene attraverso una nuova solitudine”. Occorre maturare la convinzione che bisogna continuamente lasciare andare pezzi di sé, magari anche faticosamente cercati e raggiunti, per evolversi e passare a una fase vitale successiva.
Il libro, però, non è solo un viaggio dentro il mondo interiore di Amal. Nella vicenda narrativa si incunea un corollario di presenze che delineano atmosfere esotiche e quasi magiche: incontriamo Raja, vecchia e pazza, le cui profezie hanno valore e potenza tanto quanto quelle del profeta sacro all’Islam; rimaniamo affascinati dalla nobiltà e dalla libertà delle donne del deserto, capaci di creare essenze e oli profumati che, come la petite madeleine proustiana, risvegliano emozioni e ricordi. Ritroviamo un mondo in cui si viene conquistati dalla maestosa e quasi sacra bellezza della natura, in cui vale più l’insegnamento dei gesti che quello delle parole, che però contano. Esse possono essere trattenute nei segreti, costituire strumento di lode al divino e, grazie alle storie che veicolano, guarire i nostri cuori feriti, in cerca di un grande futuro, di pace e di speranza.
Lara Massignan
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